Il folkolore popolare abruzzese: dai modelli del passato alla postmodernità

Dai modelli del passato alla postmernità. Autore: Lia Giancristofaro

Il folkolore popolare abruzzese: dai modelli del passato alla postmodernità

Questo libro, lungi dall’essere una summa del folklore abruzzese, vuole rappresentare un approccio critico alla sua conoscenza e inserirsi nelle problematiche relative ai processi di mutazione culturale di una regione attraversata nell’ultimo cinquantennio da fenomeni sociali quali l’emigrazione, l’industrializzazione, la diffusione della cultura di massa e l’omologazione dei valori su una scala nuova: quella dell’individualismo che, esaltando la libertà dell’individuo a scapito della dimensione collettiva, si fonda sull’ottimistica convinzione che solo il possesso del danaro possa realizzare l’uomo. Una convinzione, questa, che, degenerando nel trasferimento delle valenze culturali nei beni di consumo, anche in Abruzzo ha provocato una decisa soluzione di continuità rispetto al modello precedente (la tradizione), rapidamente soppiantato dalla prepotente affermazione di nuovi significati, nuove percezioni, nuovi modi di relazionarsi, in una libertà singolare che, basandosi sull’assenza di limiti, sul disinteresse verso il tessuto sociale e sul conformismo, è certamente precaria e illusoria per la sua sudditanza ai modelli e ai consumi imposti dal mercato.


Infatti, insito al nuovo schema di riassestare caoticamente la normazione sociale e di improvvisare quotidianamente il proprio presente, è lo stereotipo che predica la rottura della trasmissione della tradizione ai fini di una violazione totale che, anziché tradurre la volontà soggettiva consapevole e razionale (quindi individualistica), esprime il più delle volte povertà critica e passività mentale, cioè l’operatività totale dell’uso del momento: la moda, la quale obbliga all’inseguimento frenetico e dolente di un gusto passeggero e mutevole ma talmente condiviso da far sentire inadeguato chi non vi si uniformi, proprio come accadeva, nel modello tradizionale, a chi non avesse condiviso i valori del gruppo (per esempio, ereditare il mestiere paterno, sposarsi con una donna di pari condizioni, allevare numerosa prole, vivere in modo frugale in modo da accantonare risorse per le necessità). Dunque, i più elementari automatismi mentali della tradizione, sotto mentite spoglie, continuano ad operare e rafforzarsi proprio mentre gli abruzzesi, sotto persuasive luci della ribalta, a fatti e a parole si dichiarano futuristi, innovativi e… antitradizionalisti. La pericolosità di questa situazione non risiede certo nell’umano reiterarsi dei comportamenti popolari, quanto, invece, nell’essere il linguaggio della moda miseramente orizzontale, poiché, a differenza della tradizione, si autofinalizza e si autoconfina nella piatta dimensione esistenziale del consumo presente: la moda, anche quando guarda al passato (si pensi alla citazione dei costumi antichi o vintage), lo fa al puro scopo di cannibalizzarne il significato, come un qualsiasi oggetto di consumo.
Dunque il linguaggio del tempo presente, nonostante offra maggiori opportunità di benessere, si caratterizza per la mancanza di spazi evocativi, veicolati e rappresentati ipso sensu dalla tradizione; perciò in Abruzzo i nostalgici, specie se anziani, lamentano che esso conduce a sfiducia esistenziale, solitudine e senso di provvisorietà, da cui non si trova altra via d’uscita se non riproporre lo sterile stereotipo del si stava meglio quando si stava peggio. Noi, invece, per riordinare la matassa proponiamo una soluzione diversa: lo studio, l’analisi, la paziente ricerca dei fili conduttori di questa complessa ed intricata rete di significati.
Il primo collegamento è immediato: cosa rende superiore l’espressione sociale decaduta (la tradizione) a quelle che l’hanno prepotentemente sostituita? La tradizione, così come la moda, è un’espressione della cultura; ma, in più, essa fa parte del logos, cioè della parola mista alla lingua o anche religione. La tradizione è, quindi, l’umano conato a connettersi alla rete simbolica, visibile e invisibile, sensibile e soprasensibile, verticale oltre che orizzontale la quale, da millenni e millenni, sostiene l’umano divenire. L’uomo, il cui senso è nella circostanza, è vincolato alla continuità, la quale si innalza ad unico strumento per controllare il principio del tempo: un principio vitale ma mortifero, in quanto funge da artefice culturale del divenire umano e, insieme, da suo distruttore biologico. Tanto fondante è, per l’uomo, questo principio che la chiave culturale della tradizione passata è stata spesso percepita come una legge naturale: erroneamente, perché nessuna tradizione esiste in natura, e tutte sono il frutto delle umane circostanze.
La tradizione è dunque quel principio mutabile che esclude l’autonomia assoluta ed egocentrica del presente: infatti, è sul senso della continuità che si crea il progresso, inteso come innovazione e superamento di visioni del mondo non più aderenti alle circostanze. Ma come possiamo informare di noi il futuro, se nel presente non ci informiamo del passato? Come si può identificare il dopo, se si smarrisce il prima? E’ questo il pericoloso guasto del cambiamento culturale, in Abruzzo come altrove. Distruggere la continuità della tradizione significa disorientarsi, lasciando che il vuoto venga colmato da ideologie funzionali a supplire il deficit dei riferimenti.
Un bisogno affettivo verso la tradizione, allora, nel popolo si fa ancora sentire come inconscio desiderio di genuinità e trasparenza, di relazioni sociali affidabili perché temprate dal tempo, di un mondo naturale ed archetipico libero dalla schiavitù del denaro e del consumo. La reliquia storica, però, congelata in stereotipi mistificanti, viene riproposta al pubblico secondo i canoni dell’attualità, cioè proprio secondo la stessa logica del profitto che della tradizione ha sancito l’improduttività, l’antieconomicità, la morte: in pratica i nonni, strappati all’ormai individualistico tessuto familiare e relegati negli istituti, televisivamente rientrano nella narcisistica e amara solitudine della casa moderna tramite il veicolo pubblicitario che della cucina della nonna esalta la superiorità. Alla schiera dei cadaveri della tradizione, imbalsamati e riproposti quali meri simulacri svuotati di contenuti, appartengono anche le rievocazioni in costume, gli agriturismi, le sagre, gli spettacoli folkloristici: per una inquietante superficialità nel relazionare il prima e il dopo, il periodo storico, cioè quello di un Abruzzo tardo-ottocentesco o magari medievale, la cui mentalità è effettivamente sconosciuta ai contemporanei, viene elevato a norma metastorica ed archetipica.
Ecco da cosa nasce il presente tentativo di riallacciare in modo realistico il filo spezzato ai contenuti della nostra storia, di razionalizzare i confusi piani temporali della civiltà dell’immagine, di costruire il futuro su un’esplorazione consapevole delle radici: un campionario di saggi e articoli, scritti dai maggiori studiosi della vita tradizionale abruzzese, fornisce l’opportunità di accostarsi in modo scientifico all’intricata rete di contestualità diverse di cui si è alimentata la tradizione popolare abruzzese. Rielaborare i valori e le testimonianze del passato è fondamentale per leggere criticamente il presente e per ristabilire un equilibrio in particolare a livello urbano, dove la vita e le abitudini sono state talmente stravolte che i giovani si sottopongono con credulità disarmante ad un massiccio bombardamento di emozioni virtuali. Senza inquinarsi di retorica e suggestioni, si noterà tanto che agli eccessi di oggi si contrappone la minimalità della tradizione, quanto che la precarietà e le insicurezze del nostro grande mondo sono state precedute dalle grandi certezze di un universo antropologico microscopico, i cui orizzonti erano limitati al paese.
Dunque, lo studio del cambiamento culturale in Abruzzo rappresenta l’occasione per riflettere in generale sul cambiamento culturale e sulle reiterazioni dell’atteggiamento tradizionale popolare. Da parte di chi scrive, d’altronde, ogni impegno in tale direzione è motivato dalla grande fiducia verso le scienze socio-antropologiche, le uniche in grado di evidenziare e isolare, nello svuotamento d’ideali e nella crescente microconflittualità, un inquietante rafforzamento di certezze erronee prima che esse si rapprendano in nuovi totalitarismi e prima che vengano irrimediabilmente armate dalla tecnologia


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