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	<title>Rivista Abruzzese &#187; Il periodico e la casa editrice</title>
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	<description>Rassegna trimestrale di cultura</description>
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		<title>Eide Spedicato Iengo, Effervescenza del “pensiero calcolante” e marginalità di quello “meditante”</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Mar 2025 20:08:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Abruzzese]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Il periodico e la casa editrice]]></category>

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		<description><![CDATA[Eide Spedicato Iengo, Effervescenza del “pensiero calcolante” e marginalità di quello “meditante”, Rivista Abruzzese, n. 1 2025, pp. 1-7 Nello svaporato tempo del “grande adesso” che irreggimenta in esistenze sempre più omologate, devitalizzate, senza memoria, il vocabolo “tecnica” ha assunto&#8230; <a href="http://www.rivista-abruzzese.it/eide-spedicato-iengo-effervescenza-del-pensiero-calcolante-e-marginalita-di-quello-meditante/" class="more-link">Continue Reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Eide Spedicato Iengo, Effervescenza del “pensiero calcolante” e marginalità di quello “meditante”, Rivista Abruzzese, n. 1 2025, pp. 1-7</p>
<p>Nello svaporato tempo del “grande adesso” che irreggimenta in esistenze sempre più omologate, devitalizzate, senza memoria, il vocabolo “tecnica” ha assunto significati salvifici e assoluti quasi costituisse una verità intoccabile. Ovviamente questa affermazione non cela alcuna sua sottovalutazione: in sua assenza la vita sarebbe limitata e impossibile per molti, per i più verosimilmente. Quanto asserito vuole solo allertare sugli esiti cui può condurre la trasformazione della tecnica da strumento nelle mani dell’uomo ad ambiente, scenario, orizzonte esistenziale. Un tale cambio di passo, prodotto dalle regole «di quella razionalità che, misurandosi sui criteri della funzionalità e dell’efficienza non esita a subordinare alle esigenze dell’apparato tecnico le stesse esigenze dell’uomo»<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>, non può che produrre cambiamenti epocali sul piano delle abitudini, degli orientamenti, delle prassi, dei costumi, delle relazioni. Si rifletta, ad esempio, sull’onnipervadente artificializzazione dell’ambiente umano; o sulla presenza di inediti dinamismi nello spazio quotidiano che innestano nuovi modi di leggere e abitare la realtà sociale; o sull’indebolimento e, non di rado, sulla cancellazione di interi meccanismi integrativi e corredi valoriali del passato. L’antico convincimento, che assegnava all’etica il compito di scegliere i fini dell’azione umana e alla tecnica il reperimento dei mezzi per la loro realizzazione, è tramontato da tempo: dal giorno in cui il <em>fare </em><em>tecnico</em> ha assunto come fini quelli che risultano dalle sue operazioni. Il passaggio dall’<em>agire</em> come scelta di fini al <em>fare </em>come produzione di risultati ha rovesciato il rapporto tra l’etica e la tecnica e imbrigliato la prima nello spazio della seconda<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>.</p>
<p>Il che non è questione irrilevante: lo spostamento dell’azione umana dall’intenzione ai fini all’attenzione ai mezzi mortifica il significato dell’uomo come ente intenzionale e organizzatore di sé e del senso delle cose; denaturalizza la struttura del rapporto uomo-mondo e, non in subordine, apre la porta sia a un sistema che (pur se all’apparenza prismatico e plurale) in realtà serializza, omologa, addomestica, sia a una minoranza sociale dominante, giudicante e controllante che conferma il declino della democrazia. L’età della tecnica, infatti, sa ospitare solo quella politica “tecnicamente condizionata” che sa muoversi tra funzioni, ambienti, sistemi, ruoli nei quali i soggetti sono interscambiabili quanto fungibili<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>. Il periodo storico che stiamo vivendo registra, dunque, il “punto di non ritorno” di un agire sociale che tende non alla promozione dell’umanità ma alla sua compressione in modelli comportamentali omologati, eterodiretti, colonizzati, guidati dalla mitologia di una modernità «che governa la nostra società in modo sostanzialmente non dissimile da quello in cui la fede negli oracoli governava la società africana degli Azande»<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>.</p>
<p>Gli esempi al proposito non mancano: basterebbe pensare alla trasformazione dell’uomo in una sorta di accumulatore di dati molteplici e plurali che non metabolizza e su cui non investe alcuna tessera emotiva; o alla effimerizzazione del rapporto uomo-cose e uomo-uomo; o alla moltiplicazione vorticosa dei bisogni che esigono imperativamente oggetti costantemente sostituibili, prodotti mobili e modulari, beni noleggiati e «merci progettate per una morte quasi istantanea»<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>; o alla logica del <em>presentismo</em> che abitua a vivere in un presente assoluto, disincantato, scarnificato, infecondo, scevro del senso del passato e del futuro. E l’elenco potrebbe continuare. Giovanni Sartori, a proposito del digitalismo e dell’ipermediatizzazione che, precludendo nell’uomo la possibilità di fare esperienze dirette e di prima mano, deformano il suo modo di leggere e sperimentare la realtà, ebbe a precisare: «l’ominide del Pleistocene è già uomo perché dotato di mani prensili a molti usi che lo abiliteranno a diventare <em>homo habilis </em>e <em>homo faber. </em>Paradossalmente, all’uomo di oggi la prensilità non serve quasi più. L’<em>homo prensilis </em>si atrofizza nell’<em>homo digitalis</em>. Nell’età digitale il nostro fare si riduce a premere bottoni su una tastiera. Così viviamo chiusi in una serra senza più nessun vero contatto con la realtà, con il mondo reale. La ‘iper-mediatizzazione’ […] ci priva di esperienze <em>nostre </em>[…] e ci lascia in balia di esperienze di seconda mano. Il che è grave di conseguenze. Perché ciascuno di noi capisce davvero soltanto le cose di cui ha esperienza diretta, esperienza personale. Non c’è libro, non c’è discorso, non c’è raffigurazione che possa fare le veci di un nostro ‘battere la testa’. Per imparare a nuotare bisogna buttarsi in acqua»<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a>. Se questo è il quadro in cui ci muoviamo (e in cui verosimilmente continueremo a muoverci) è utopistico pensare che il processo di autodeterminazione possa avere un futuro, a meno che non si produca un qualche vistoso trauma nel sistema.</p>
<p>Dunque, ritenere che i principi organizzativi di una società avanzata sul versante scientifico e tecnologico possano produrre automaticamente incremento di razionalità e di evoluzione sociale è pura ingenuità o, meglio, è un pregiudizio dal quale è d’obbligo guardarsi. Basterebbe riflettere alle silhouette dell’<em>uomo eterodiretto </em>e dell’<em>uomo-massa </em>che hanno stabilizzato i loro profili precisamente all’interno di questa compagine sociale e continuano a godere di buona salute attraverso la presenza di numerosi loro cloni. Penso qui, per esempio, al soggetto<em> zapping</em>, frettoloso, agitato, affetto da bulimia di velocità<a href="#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a> esponente del tutto e subito o all’<em>assertivo</em>, narcisisticamente ripiegato su sé stesso<em>; </em>ma penso anche al soggetto <em>insipiens</em> che, per dirla ancora con Giovanni Sartori, vive senza il sostegno di una coerente visione del mondo o all’<em>interneticus </em>che padroneggia gli strumenti digitali e si muove a suo agio solo nel mondo immateriale.</p>
<p>Tali modalità espressive -nel promuovere l’infantilismo di massa, l’adultescenza mentale protratta, il dionisiaco scomposto e generalizzato, l’analfabetismo etico, il disincanto politico- danno sostegno e udienza (quantunque attraverso modalità fra loro assai diverse)  a quella lettura del mondo che Zigmunt Bauman ha identificato nella filosofia del “cacciatore”, ossia di colui «che non è minimamente interessato all’equilibrio generale delle cose, sia esso “naturale” oppure progettato e meditato. L’unico compito che i cacciatori perseguono è “uccidere” e continuare a farlo, finché i loro carnieri non sono colmi fino all’orlo. Sicuramente non ritengono loro dovere garantire che la disponibilità di selvaggina nella foresta possa ricostituirsi dopo (e malgrado) la loro caccia. Se i boschi sono rimasti senza selvaggina a seguito di una scorribanda particolarmente proficua, i cacciatori possono spostarsi in un’altra zona relativamente intatta, ancora pullulante di potenziali trofei di caccia. Può darsi che a un certo punto, in un futuro lontano e ancora indefinito, il pianeta rimanga a corto di boschi ancora ricchi di selvaggina; ma se così sarà, loro non lo vedono comunque come un problema immediato (e certamente non come un <em>loro </em>problema). Una prospettiva così remota, dopo tutto, non mette a repentaglio i risultati della caccia in corso, o della prossima, e perciò non obbliga in alcun modo me, singolo cacciatore fra tanti, o noi, singola associazione di cacciatori fra tante, a ragionarci su e tanto meno a fare qualcosa in proposito»<a href="#_ftn8" name="_ftnref8">[8]</a>.</p>
<p>È lapalissiano che un mondo popolato da cacciatori (che peraltro si ritengono parametri di perfezione) non può che tradursi, in tempi più o meno lontani, in un deserto. Chi fa sua questa logica non possiede, infatti, il senso della storia, non conosce il passato, non immagina il futuro, si concentra esclusivamente sul presente e sul proprio egoistico e incolto individualismo, peraltro lontanissimo dall’idea che qualcosa non funzioni. Al profilo del <em>cacciatore</em> andrebbe, pertanto, sostituito quello del <em>giardiniere</em> che, essendo guidato dalla necessità di elaborare un disegno ideale per governare la natura e la realtà, ritiene un suo dovere intervenire per impedire che il disordine prevalga sull’ordine. Ovviamente, il giardiniere per raggiungere questo obiettivo sa di dover necessariamente selezionare e dividere le erbacce (che non si accordano con l’armonia del suo disegno) dalle piante che, invece, vanno curate. C’è pertanto chi sospetta del progetto del giardiniere che apre ad alcuni e vieta ad altri l’ingresso al giardino. Ma per replicare ad una realtà profondamente cinica, violenta, arrogante che allarga a dismisura legioni di sradicati, forme di risentimento, integralismi reattivi, è d’obbligo <em>selezionare </em>per allestire composizioni impensabili e inedite del giardino sociale. Per esempio, se in questo ci si limitasse anche solo a coltivare la nozione di <em>responsabilità morale</em> (che poggia sull’equilibrio tra diritti e doveri) e poi socializzarla e praticarla nei suoi contenuti, non appare inverosimile che, a cascata, assetti sociali più equanimi e virtuosi vedrebbero la luce; le dismisure non avrebbero possibilità di generarsi; incontri alla pari nascerebbero fra diversi; esperienze “altre” offrirebbero ossigeno al pensiero.</p>
<p>Se si riuscisse in questa rivoluzione culturale prima che strutturale, si potrebbe disegnare la mappa di ambienti più ospitali e confortevoli per l’umanità tutta e promuovere lo stadio della <em>modernità riflessiva</em>, la sola pertinente a correggere gli esiti delle azioni che non reggono più le sfide che il mondo globale ha, paradossalmente, rivolto contro sé stesso. Quale, dunque, la strada da imboccare per promuovere nuove, più elevate ricomposizioni sociali? E come saldare equilibratamente i piani del sociale e dell’individuale? Non certo vagheggiando il ritorno ad una società elitaria nelle sue prassi, nei suoi gusti, nelle sue tendenze; né chiudendosi nella nicchia del proprio Io privato esclusivistico ed escludente; né invocando interventi di ingegneria sociale (verosimile anticamera di programmi squallidamente burocratici); né rifiutando la società di cui siamo figli, quanto partecipando alle sue espressioni più civili, seguendo la grammatica comportamentale della società aperta, creativa, progressiva<a href="#_ftn9" name="_ftnref9">[9]</a>.</p>
<p>Per ovviare al rischio di intrappolarsi nella ragnatela delle prassi deteriori e contraddittorie dell’oggi bisogna (bisognerebbe) imparare a praticare, come suggeriva Carl Gustav Jung, l’<em>individuazione</em>, ovvero quel processo di definizione di sé e di maturazione psichica, culturale e sociale che si inscrive in un ideale educativo teso ad adempiere alle finalità collettive dell’uomo<a href="#_ftn10" name="_ftnref10">[10]</a>. Per ricomporre la società intorno ad un progetto è, quindi, indispensabile ricostruire le coscienze e ripartire dal singolo in quanto individuo politico e sociale. La società in sé non è morale: diventa tale se è fatta da tanti insiemi che si correggono, ed è autenticamente autonoma quando è consapevole della circostanza che non esistono significati garantiti, verità assolute, norme di condotta preordinate. Di qui la necessità di aver chiaro che qualsiasi «livello di sicurezza la democrazia e l’individualità possano acquisire dipende non dal combattere la contingenza e l’incertezza endemiche della condizione umana, ma dal riconoscerle e dall’affrontarne le conseguenze a viso aperto»<a href="#_ftn11" name="_ftnref11">[11]</a>. Niente, in questo caso, è meno innocente del <em>laissez-faire </em>e dell’apologetica del presente nella sua complessa fenomenologia prescindendo da qualsivoglia sua lettura critica.</p>
<p>Dato, quindi, per scontato che sarebbe inimmaginabile un mondo senza la tecnica e da questa inseparabile la vita dell’uomo (data la sua carenza di dotazioni istintuali e specializzazioni naturali), non altrettanto scontata è la necessità di individuare nuove linee-guida e nuovi paradigmi utili a gestirne il fare. La tecnica, vale ribadirlo, non è neutrale; non è tale perché crea un mondo con caratteristiche specifiche che non si può evitare di abitare. Perciò, a meno che non si voglia rinunciare a considerare noi stessi soggetti della storia, dovremmo iniziare a interrogarci seriamente sul portato culturale dei processi che la tecnica ha innescato, sui cambiamenti che ha prodotto nelle relazioni umane, sulle ricadute conoscitive e linguistiche che ha modificato, sul mondo parallelo a quello reale che sta edificando.</p>
<p>Cosa fare per uscire da questo imbroglio? Senz’altro impegnarsi nel disvelamento delle trappole di cui è disseminato l’accidentato terreno che l’età della tecnica delimita; disporre di vagli critici appropriati a valutare lo spettacolo di inadeguatezza all’epoca che stiamo vivendo; curare il nostro analfabetismo etico e intellettuale; recuperare la capacità di anticipare e di immaginare gli effetti ultimi delle nostre scelte e delle nostre azioni, tenendo peraltro a mente che l’involuzione del pensiero costituisce una prassi reale dell’oggi. Entrare nella rivoluzione più complessa della storia, incespicanti e farfuglianti come bambini o, peggio, ottimisticamente abbandonati alla fede di un’evoluzione comunque ascendente sarebbe pericolosissimo: il progresso e la civiltà sono tutt’altro che «un destino provvidenziale che si compirà nonostante i nostri errori» <a href="#_ftn12" name="_ftnref12">[12]</a>.  Di qui la inderogabilità di promuovere competenze, coerenza, vigilanza, onestà intellettuale, senso di responsabilità, sforzi ragionati e consapevoli.</p>
<p>Riusciremo in questo intento? In teoria sì, se -per dirla con Martin Heidegger- ci si impegna a restituire voce al “pensiero meditante” che sa interrogarsi su ciò che sta realmente emergendo nella nostra epoca dominata dalla tecnica e ridimensionare l’effervescenza di quello calcolante che, all’opposto, ritiene sia da privilegiare solo ciò che è misurabile e contabile<a href="#_ftn13" name="_ftnref13">[13]</a>. Sta a noi decidere cosa fare. Certo, non sarebbe da compiacersi se alla tecnica fosse consentito di raggiungere «quel punto assolutamente nuovo nella storia, e forse irreversibile, dove la domanda non è più: ‘Che cosa possiamo fare noi con la tecnica’, ma: ‘Che cosa la tecnica può fare di noi’»<a href="#_ftn14" name="_ftnref14">[14]</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> U. Galimberti, <em>Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica</em>, Feltrinelli, Milano, 1999, p. 457.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Idem, p.455.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> A. Toffler, <em>Lo choc del futuro</em>, Rizzoli, Milano,1972, p.79.</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> F. Cassano, <em>Modernizzare stanca. Perdere tempo, guadagnare tempo,</em> il Mulino, Bologna, 2002, p. 7.</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> U. Galimberti, <em>Le rivoluzioni dell’homo videns</em>, in “La Repubblica”, 21 febbraio 2000.</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> G. Sartori, <em>Homo videns</em>, <em>Televisione e post-pensiero,</em> Laterza, Roma-Bari, 1997, pp. 100-101.</p>
<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> R. Franchini, D. Guidi, <em>Supermarket Paradiso. Viaggio tra i giovani dell’Emilia rossa,</em> Ediesse, Roma, 1995, p.12</p>
<p><a href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> Z. Bauman, <em>Modus vivendi. Inferno e utopia del mondo liquido</em>, Laterza, Roma-Bari, 2007, p. 114.</p>
<p><a href="#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a> R. Cantoni, <em>Illusione e pregiudizio</em>, Il Saggiatore, Milano, 1967, p. 262.</p>
<p><a href="#_ftnref10" name="_ftn10">[10]</a> Saper valorizzare le proprie originali possibilità all’interno delle norme sociali, non disperdere le proprie energie, dare un senso alla propria esistenza, orientare il proprio fare per rivitalizzare i confini del vivere civile, significa contribuire al miglioramento dello spazio sociale in cui si vive e, parallelamente, attivare più evolute ed equilibrate coesioni collettive.</p>
<p><a href="#_ftnref11" name="_ftn11">[11]</a> Z. Bauman, <em>Modernità liquida</em>, Laterza, Roma-Bari, 2002, p.252.</p>
<p><a href="#_ftnref12" name="_ftn12">[12]</a> R. Cantoni, <em>Illusione e pregiudizio</em>, <em>op. cit. </em>p. 170.</p>
<p><a href="#_ftnref13" name="_ftn13">[13]</a> M. Heidegger, <em>L’abbandono,</em> il Melangolo, Genova, 2004. Si tratta del testo di una conferenza tenuta da Heidegger nel lontano 1955.</p>
<p><a href="#_ftnref14" name="_ftn14">[14]</a> U. Galimberti,<em> Psiche e techne</em>, op.cit. p. 715.</p>
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		<title>I Quaderni della Rivista Abruzzese dal 1974 al 2025: cinquant&#8217;anni di impegno intellettuale al servizio della società civile</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Jan 2025 20:57:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Abruzzese]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[La collana dei Quaderni annovera oltre 120 titoli, frutto di studio e di critica intellettuale. Dalle poesie di Marcello Marciani del 1974 a quelle di Roberto Settembre del 2024. E dalle inchieste sociologiche di Eide Spedicato Iengo sugli anziani nelle&#8230; <a href="http://www.rivista-abruzzese.it/i-quaderni-della-rivista-abruzzese-dal-1974-al-2024-cinquantanni-di-impegno-intellettuale-al-servizio-dei-lettori/" class="more-link">Continue Reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><div id="attachment_617" style="width: 116px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.rivista-abruzzese.it/wp-content/uploads/2015/07/libro-troilo.png"><img src="http://www.rivista-abruzzese.it/wp-content/uploads/2015/07/libro-troilo.png" alt="Mario Troilo, 2024" width="106" height="150" class="size-full wp-image-617" /></a><p class="wp-caption-text">Mario Troilo, 2024</p></div>La collana dei Quaderni annovera oltre 120 titoli, frutto di studio e di critica intellettuale. Dalle poesie di Marcello Marciani del 1974 a quelle di Roberto Settembre del 2024. E dalle inchieste sociologiche di Eide Spedicato Iengo sugli anziani nelle campagne abruzzesi (1974) alle ricerche di Mario Troilo sulle memorie contadine (2024).   </p>
<p>Da cinquant&#8217;anni, al servizio della società civile.</p>
<p><div id="attachment_616" style="width: 201px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.rivista-abruzzese.it/wp-content/uploads/2015/07/libro-settembre.jpg"><img src="http://www.rivista-abruzzese.it/wp-content/uploads/2015/07/libro-settembre-191x300.jpg" alt="Roberto Settembre, 2024" width="191" height="300" class="size-medium wp-image-616" /></a><p class="wp-caption-text">Roberto Settembre, 2024</p></div> <a href="http://www.rivista-abruzzese.it/wp-content/uploads/2025/01/alicandri.jpg"><img src="http://www.rivista-abruzzese.it/wp-content/uploads/2025/01/alicandri-204x300.jpg" alt="alicandri" width="204" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-637" /></a></p>
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		<title>Rifondata a Chieti nel 1948, esce con continuità da ben 77 anni. Tra le riviste scientifiche più antiche d&#8217;Italia</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Oct 2022 08:54:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Abruzzese]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Il periodico e la casa editrice]]></category>

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		<description><![CDATA[Accreditata ANVUR per le aree disciplinari 08-10-11. Rivista trasversale: contiene le vicende storiche di un territorio assieme a cifre nazionali ed europee. An Authoritative Independent Academic Journal since 1886. Re-founded in 1948, today the Rivista Abruzzese it’s a Leading Peer-Reviewed Journal in the&#8230; <a href="http://www.rivista-abruzzese.it/fondata-a-chieti-nel-1948-tra-le-riviste-scientifiche-piu-antiche-ditalia-la-rivista-abruzzese-si-appresta-a-compiere-settantacinque-anni-di-impegno-culturale-libero-e-incondizionato/" class="more-link">Continue Reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2 class="entry-header"><em><strong><a href="http://www.rivista-abruzzese.it/wp-content/uploads/2015/07/Folklore.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-273" src="http://www.rivista-abruzzese.it/wp-content/uploads/2015/07/Folklore-300x126.png" alt="Folklore" width="300" height="126" /></a>Accreditata ANVUR per le aree disciplinari 08-10-11. </strong>Rivista</em><em> trasversale: contiene le vicende storiche di un territorio assieme a cifre nazionali ed europee.</em></h2>
<h2><em>An Authoritative Independent Academic Journal since 1886. Re-founded in 1948, today the Rivista Abruzzese it’s a Leading Peer-Reviewed Journal in the wide broad Humanities and Architecture. Online Index, and Hybrid Open Access</em></h2>
<h2><strong><em>Fondata a Chieti nel 1948 per ridare vita alla Rivista Abruzzese di Scienze, Lettere e Arti (Teramo 1886-1919). </em></strong></h2>
<h2><strong><em>Tra i periodici più antichi d’Italia, è la rivista più antica d’Abruzzo.</em></strong></h2>
<h2><em>Distribuita anche all&#8217;estero, è il segno della capacità di riflettere e produrre critica culturale in periferia.</em></h2>
<h2><em>Grazie alla sua indipendenza e alla qualità dei contributi, dal 2013 è RIVISTA SCIENTIFICA accreditata ANVUR per le aree disciplinari 08, 10 e 11.</em></h2>
<h2><em>Per conoscere gli articoli, consulta gli indici: la più completa enciclopedia dell&#8217;Abruzzo.</em></h2>
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		<title>LA POVERTÀ RICCHEZZA DEI POPOLI.  IL PARADOSSO DI ALBERT TÉVOÉDJIRÉ</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Dec 2019 11:57:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Abruzzese]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Il periodico e la casa editrice]]></category>

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		<description><![CDATA[Già il titolo del libro di Albert Tévoédjiré, La povertà ricchezza dei popoli (La pauvreté, richesse des peuples, Editions Ouvrières, Paris, 1978. Préfaces de Jan Tinbergen et Dom Helder Câmara; trad. italiana EMI, Bologna, 1982), è un messaggio forte e&#8230; <a href="http://www.rivista-abruzzese.it/la-poverta-ricchezza-dei-popoli-il-paradosso-di-albert-tevoedjire/" class="more-link">Continue Reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Già il titolo del libro di Albert Tévoédjiré, <em>La povertà ricchezza dei popoli</em> (<em>La pauvreté, richesse des peuples</em>, Editions Ouvrières, Paris, 1978. Préfaces de Jan Tinbergen et Dom Helder Câmara; trad. italiana EMI, Bologna, 1982), è un messaggio forte e chiaro. Ripensare la ricchezza dei popoli non semplicemente nella prospettiva dell’economia dominante, ma in quella multiforme della vitalità e creatività delle culture, dei saperi, degli adattamenti ad ambienti diversi, a volte ostili o estremi, delle tradizioni vive e dinamiche, della trasmissione delle conoscenze, delle capacità e delle pratiche proprie ad ogni comunità o popolo, dei gesti quotidiani, delle feste e delle celebrazioni, delle espressioni del pensiero, dei simboli, dei linguaggi, delle arti e degli artigianati, dei giochi, delle percezioni e rappresentazioni del mondo naturale e sociale, della diversità, complessità, dignità, umanità e profondità di ogni gruppo umano. Se le parole del titolo suonano come un ossimoro, il paradosso va sempre al di là dei semplici termini e porta a riflettere su alcune sfide fondamentali: distinguere con intelligenza tra povertà e miseria, riflettere sulla storia, superare l’attuale imperativo categorico “fatti ricco, guadagna e consuma”, resistere ai miraggi dell’industrializzazione massiccia come unica fonte di ricchezza, superare l’economia competitiva del mercato e del Prodotto Interno Lordo, che ha ben poco a che fare con l’uomo, il suo benessere, la salute e l’ambiente, rifondando economie di filiera, locali, solidali, condivise, creative, diversificate e policentriche, rispettose dell’ambiente e delle sue risorse.</p>
<p>Albert Tévoédjiré nasce nel 1929 a Porto-Novo nel Benin, nell’antico Regno del Dahomey, il paese dell’Africa equatoriale abitata dai Fon, Yorùbá, Adja, Somba e un’altra quarantina di gruppi etnici e linguistici. Da bambino conosce le sofferenze e l’umiliazione della miseria. Da adulto e da personaggio pubblico vuole distinguere quest’ultima dalla povertà e ne fa un tema accorato e corale insieme a chi ha avuto il coraggio di affrontarlo e magari anche viverlo. Personalità diverse discutono con lui invitandolo ad approfondire il suo pensiero e a proporre delle azioni concrete. Tra le persone che lo sostengono ci sono il filosofo scrittore Ivan Illich, la baronessa e politica inglese Judith Hart e il sudafricano bianco Harry Oppenheimer, uno degli uomini più ricchi del mondo, Léopold Senghor e Aimé Césaire, fondatori del movimento della negritudine, il Nobel per l’economia Jan Tinbergen e il santo dei poveri Helder Câmara. Nel 1978 esce il libro in Francia sulla reinterpretazione della povertà come ricchezza. Viene tradotto in italiano nel 1982. Non sembra esistere una traduzione in inglese. Forse il libro mette troppo in imbarazzo l’establishment internazionale di cui l’autore stesso fa parte come vicedirettore dell’Ufficio Internazionale del Lavoro.</p>
<p>La povertà non è la miseria. La miseria che riduce gli spazi dell’esistenza con l’indigenza, la fame, le malattie, le guerre, l’ingiustizia sociale e la mancanza di libertà va combattuta ed eliminata. La povertà è ben altro: pensiamoci tutti seguendo quest’uomo che la miseria l’ha vissuta in prima persona. La povertà è ricchezza. È l’essenza della dignità dell’uomo e dei popoli. È un valore che ne racchiude altri senza enfasi, teorie o dogmi. È l’essere, non l’avere. È essere e vivere dentro e fuori, con e per il necessario, non immersi nel ciclo dell’inutile, magari con vanto o facendo notizia. Per gli individui, e ancor più per un popolo, povertà significa vivere l’essere, l’essenziale, l’esistere. L’autore ci sollecita a riconsiderare un modo di pensare troppo abituale, spesso lineare e stereotipato, invitando ad aprire orizzonti più originali, individuali e collettivi, evitando facili riferimenti eruditi (ai saggi di Adam Smith preferisce il coro di Porgy e Bess di Gershwin) o francescani. Si tratta di uno sguardo nuovo e vivo sulla povertà che in realtà racchiude il messaggio dei molti che nella storia, o ancora oggi, hanno sollevano interrogativi per tutti: è più ricco chi ha il necessario o chi ha il superfluo? con quali valori si misura la dignità di una persona o di un popolo? i modelli dominanti dell’economia quali valori propongono? la presunta ricchezza delle società industrializzate non dissimula in realtà una miseria crescente? che ruolo e che valore hanno le mille espressioni della cultura creativa (arte, artigianato, canti, danze, ritmi, feste, giochi, poesia, letteratura, filosofia e quant’altro)?</p>
<p>Dalle riflessioni su questi ed altri interrogativi si arriva a una concezione di “povertà operativa”, cioè «una leva per l’azione di sviluppo, tavola di salvezza in un mondo dove è costantemente necessario reinventare il proprio divenire. Non fatalità o rassegnazione, ma valore positivo da scegliere liberamente e che interpella tutti, individui e popoli». Il libro è costruito sulla complessa personalità e prospettiva del suo autore, dal bambino africano cresciuto nella miseria al personaggio internazionale e alto responsabile dell’Organizzazione Mondiale del Lavoro. Ma il suo messaggio diventa universale e interroga tutti potentemente senza mai scadere in moralismi o posizioni di parte. Anche la critica alla società dei consumi solleva semplicemente quesiti, a differenza di tanti studiosi contemporanei che danno risposte prima di formulare, o aiutarci a formulare, domande ben poste. È ad esempio anticipatrice e attualissima la sua riflessione sulla dimensione ambientale della povertà. Premettendo che «l’analogia biologica applicata alle realtà sociali ha condotto spesso a delle interpretazioni abusive», l’autore ricorda che la natura nel suo equilibrio dinamico produce il molto con poco, consuma il necessario e ricicla tutto senza accumulare l’inutile né sprecare l’utile. Se rispettata ci offre le risorse per vivere, ci stupisce per la sua diversità, è la fonte prima e ultima del nostro benessere. Oggi le politiche economiche, in alcuni paesi e nel quadro comune delle Nazioni Unite, cercano di costruire su queste basi un modello di economia circolare, senza sprechi, sostenibile nel tempo, socialmente condivisa, partecipata e solidale.</p>
<p>A sostegno di nuovi modelli economici e di una “povertà operativa” entra in gioco la cultura propria ad ogni popolo, comunità o gruppo, come tessuto connettivo di equilibrate scelte politiche, economiche e sociali. La cultura non è un epifenomeno che sfugge a definizioni precise. È una forza che unisce e collega al di là dei nazionalismi o delle identità da parata. È un insieme di valori materiali e immateriali che hanno significati complessi ma usi precisi. Sono il fondamento di qualsiasi sviluppo endogeno e creativo, senza le imposizioni esterne o dall’alto di un sistema omologato, unificato e unificante. Pensiamo al valore e alla diversità delle lingue: ci sono incomparabilmente più lingue nei paesi poveri che nei paesi ricchi. Lingua significa conoscenze, creatività, adattamento e trasmissione della cultura, poesia, canto e letteratura, educazione formale, non formale e informale, libertà di pensiero e di espressione, scelte sociali, economiche e politiche indipendenti. Come esempio di sistema imposto, unificante e generatore di miseria ci sono le grandi estensioni urbane del terzo mondo, modelli compiuti di una società di accumulo, eccesso, ammassamento, inquinamento, che generano ingiustizia, corruzione, mancanza di libertà e legalità.</p>
<p>È “urgente rinascere e inventare”, sfidando l’impossibile, partendo da una rifondazione dell’economia dominante su un vero sviluppo solidale e policentrico, come lo aveva definito anche, anni dopo, il premio Nobel dell’economia Elinor Ostrom: uno sviluppo che «facilita il raggiungimento di benefici a diversi livelli e al tempo stesso la sperimentazione e l’apprendimento dall’esperienza con diverse politiche». Reinventare l’economia significa per Tévoédjiré «prima di tutto operare una profonda revisione culturale, una critica al tipo di sapere dominante, in modo da restituire tutti i suoi diritti ad una ragione radicata nell’esperienza e da essa confortata». Di qui il passaggio, attualissimo, da un’economia del Prodotto Nazionale Lordo (PIL) a una visione concreta di Benessere Nazionale. Tutti sappiamo che il PIL è un indice universalmente usato dai paesi e che ingloba qualsiasi prodotto senza tenere conto dei costi ambientali, sociali e culturali: in pratica significa che un paese che produce bombe atomiche o inquina le falde acquifere vede il suo PIL aumentare. Per sostituire il PIL sono stati proposti ed elaborati indici diversi basati su parametri sociali, culturali ed ambientali. Tra questi l’Indice di Sviluppo Umano definito nel 1990 e che, a partire dal 2010, l’ONU ha fissato sulla base di tre variabili articolate: aspettativa di vita (che include per es. la salute e l’accesso alle cure mediche), istruzione (che permette di eleggere liberamente i propri rappresentanti) e reddito (che qualifica il lavoro). Sebbene altri indici si avvicinino alla dimensione umana e culturale di un popolo, siamo ancora lontani dall’esprimere i valori che sono alla base di un equilibrio tra gli aspetti economici, sociali, culturali ed ambientali. Gli stessi Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile di cui tanto si parla mancano di una vera dimensione culturale.</p>
<p>Ma su che basi rifondare l’economia? Sembra banale, ma la risposta è relativamente semplice. Partendo dai punti fondamentali di qualsiasi progetto o processo: chi, dove, come, perché, quando. «Vogliamo creare un’economia?», dice l’autore citando il cinese Han-Sheng Lin nell’ambito del Progetto Rimodellare l’Ordine Internazionale, allora «guardiamo i nostri popoli. Chi sono? Sono numerosi, poveri, malnutriti, male alloggiati, privi di educazione, malati, disoccupati. Ecco il nostro punto di partenza. Non ce ne sono altri». Partendo dagli ambienti geografici, geo-politici e socio-culturali di ciascun popolo si possono identificare le specifiche esigenze da organizzare. Sebbene l’economia di scambio e di mercato sia necessaria e non vada esclusa, non per questo è sufficiente. Una vera economia dei servizi deve completare e rispondere alle esigenze specifiche di ogni popolo. Deve essere la fonte che pone le giuste domande e fornisce risposte adatte ai bisogni, non una componente accessoria dei risultati contabili dell’economia di mercato. Un’economia “consustanziale” al sociale, decentrata, endogena, adattata alle condizioni, al significato e al senso di appartenenza dei luoghi (un villaggio con le sue tradizioni, un’area rurale con i suoi saperi e pratiche, un quartiere urbano con la sua diversità), ma aperta al mondo e alla sua rete di relazioni. Il controllo sociale dei bisogni attraverso la partecipazione e il coinvolgimento necessario corrisponde di fatto alla soddisfazione di quelli ritenuti essenziali. Sul come fare esistono diversi livelli o scale. Un primo livello è quello del rispetto e miglioramento del potenziale produttivo locale, come l’equa ripartizione della proprietà della terra, la dignità di qualsiasi tipo di manodopera, la gestione sostenibile delle risorse naturali e lo sviluppo dei servizi d’interesse comune. Il secondo livello è una strategia di formazione fondata sulle conoscenze, capacità e pratiche locali, su un modello di scuola non standardizzata che sappia far pensare e interpretare i cambiamenti, sul rispetto e la giusta remunerazione del lavoro con le responsabilità, regole e risorse che lo caratterizzano. «Il compito più importante dell’insegnamento è di insegnare come si fa ad imparare, come si acquisiscono i metodi che permettono di affrontare i cambiamenti». Nella formazione rientra ovviamente anche la ricerca con i suoi risultati. Ma la ricerca non è esclusivamente quella scientifica. «La ricerca è anche l’esperienza di tutto un popolo, è l’osservazione dei contadini, l’abilità pratica degli operai e degli artigiani».</p>
<p>Un ulteriore livello è quello dei settori dell’economia: agricoltura, industria e servizi. Sicuramente l’agricoltura va ripensata nel suo ruolo, orientamento e potenziale, ed è proprio questo che sta accadendo oggi nel mondo. La FAO, Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Agricoltura e l’Alimentazione, ci ricorda che l’80% della produzione di cibo nel mondo viene dall’agricoltura silenziosa e familiare minacciata sempre di più dal 20% della produzione, pubblicità e distribuzione della gigantesca industria agro-alimentare. Si tratta di un cambio fondamentale di prospettiva, nel quale l’agricoltura si integra a tutto tondo nel tessuto sociale, economico e culturale in senso ampio, contribuendo a raggiungere obiettivi fondamentali e condivisi di benessere degli individui e di sostenibilità nell’uso delle risorse naturali. L’industria è fatta anch’essa di dimensioni, la piccola e media industria sostiene il mondo e paesi come l’Italia, ma è tutt’altro che sostenuta dalle politiche. L’artigianato racchiude segreti di saperi trasmessi che si perdono, mentre in un’economia “consustanziale” al sociale avrebbe un potenziale di connessione vitale alle risorse locali e dunque ruolo motore, e non di fenomeno da trofeo di improbabili viaggi e villaggi turistici da mettere in valigia, come spesso succede oggi.</p>
<p>Se questi ed altri livelli si possono considerare e analizzare caso per caso, il modo di riunire e condividere delle scelte operative può, o forse deve, avvenire attraverso un «contratto di solidarietà fra i membri della comunità nazionale» che assicura una pianificazione creativa e condivisa e una gestione partecipata degli orientamenti e delle scelte. Una solidarietà «negoziata, definita e messa in atto insieme» in un dialogo aperto al mondo. I singoli paesi hanno a disposizione un quadro di dialogo aperto al mondo: «conviene non tentare di lavorare al di fuori del quadro delle Nazioni Unite, dove i piccoli paesi possono esprimersi liberamente (ed essere ascoltati, ndr.) e dove il negoziato collettivo permette di prendere parte alla determinazione di obiettivi che li riguardano». Agli attuali scambi liberi e concorrenziali dominati dai paesi ricchi si integrerebbe uno «scambio di secondo grado che garantirebbe il benessere di ognuno dei contraenti, paesi o gruppi sociali». Non più paesi, economie e culture egemoniche da un lato e gli eterni subalterni sulla via di un ipotetico sviluppo mai o mal definito, ma un concreto «sviluppo dell’autonomia creatrice dei popoli in uno scambio internazionale riequilibrato» fondato sull’energia di un patrimonio condiviso e costituito da miriadi di “povertà operative”, leve di uno sviluppo dal basso, risorse culturali e naturali per un mondo dove è «costantemente necessario reinventare il proprio divenire». Non «fatalità o rassegnazione, né ottimismo incosciente e beato», ma «valore positivo da scegliere liberamente e che interpella tutti, individui e popoli».</p>
<p>Negli anni in cui è stato pubblicato il suo libro in Francia, ero studente di scienze forestali all’università e percorrevo la geografia del mondo con le sue risorse naturali ed umane attraverso lezioni, testi, esercitazioni in campo e viaggi di studio. Ho conosciuto in seguito, lavorando per programmi e progetti internazionali in tanti paesi “poveri” del mondo, persone che conoscono meglio degli esperti i valori e la ricchezza del legame tra natura e uomo. Il titolo di quel libro di Albert risuona ancora oggi per me vibrante e potente come i rintocchi di quell’enorme campana del villaggio ai margini della storia russa di Andrej Rublëv nel capolavoro di Andrej Tarkovskij, insieme al senso profondo del suo messaggio che ci sveglia a realtà ignorate o dimenticate come la frase di Amleto «ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne sogni la tua filosofia». Albert nel suo libro non sogna, ma vede attraverso una lucida analisi e sconcertante attualità quello che siamo, che abbiamo e che stiamo combinando. Apre o riapre strade da percorrere insieme costruendo una visione, una strategia, una missione che interroga tutti noi. Inutile dire che questo libro è stato un’ispirazione per la mia vita, professionale e personale.</p>
<p>Ma perché lo sto raccontando? Nel bel mezzo dell’atmosfera sospesa di qualche giorno prima della festa di San Domenico Abate a Cocullo, tra animate parole e accesissimi discorsi che scorrono lungo il mistero di questo piccolo popolo che discute ai piedi delle montagne, come avrebbe detto Voltaire, ho sentito risuonare netta e distinta una frase antica: la povertà, ricchezza dei popoli. In uno di quegli attimi che contengono la vita intera, mi sono rivisto giovane laureato agli inizi degli anni &#8217;80, dopo una tesi di laurea fatta tra le montagne intorno a Cocullo. Cercavo allora l’orizzonte di un mondo nuovo rivolgendomi lontano, come uno dei personaggi di spalle nell’affresco del Mondo Nuovo di Giandomenico Tiepolo. Animato dall’apparente benessere e sicurezza di quegli anni, pensavo ingenuamente a chi aveva bisogno di noi, del nostro aiuto, dei nostri saperi da neolaureati destinati a diventare esperti in Africa o forse in America Latina o chissà dove ancora. Pochi mesi dopo sono partito, anzi siamo partiti in <em>–</em> quasi <em>–</em> quattro per il Costa Rica, una moglie antropologa, io, un primo bambino nato in un paese ricco e un altro che di lì a poco sarebbe nato in un paese povero. Povero? Povero di che? Perché povero? Tra i libri che ci accompagnavano c’era appunto quello di Albert Tévoédjiré. Proprio a Cocullo è risaltata fuori questa frase apparentemente paradossale della povertà come ricchezza. Grazie ad Emiliano Giancristofaro che l’ha prima quasi sussurrata tra sé e sé, poi sollevata a riflessione per tutti e alla fine discussa con entusiasmo, chiedendomi di raccontare di più sul contenuto e sulla persona dietro al libro. Grazie soprattutto ai Cocullesi e alla loro vera ricchezza nascosta ai piedi delle montagne.</p>
<p><strong>Pier Carlo Zingari</strong></p>
<p>Poverty as wealth for the people. The paradox of Albert Tévoédjrè.<br />
Keywords: Economy, inequality, cultural creativity, solidarity.</p>
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		<title>1948-2018, settant&#8217;anni di impegno intellettuale per una tra le più antiche riviste scientifiche italiane</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Nov 2018 11:13:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Abruzzese]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Il periodico e la casa editrice]]></category>
		<category><![CDATA[riviste scientifiche europee]]></category>
		<category><![CDATA[settant'anni di attività]]></category>
		<category><![CDATA[tra le più antiche riviste d'Europa]]></category>

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		<description><![CDATA[42017 (con un click è possibile scaricare gratuitamente il file del fascicolo per i 70 anni che contiene i saggi dei collaboratori e gli indici degli ultimi 20 anni). La “Rivista Abruzzese”, con il n. 4 del 2017, compie settanta anni di&#8230; <a href="http://www.rivista-abruzzese.it/1948-2018-settantanni-di-impegno-intellettuale-per-una-tra-le-piu-antiche-riviste-scientifiche-italiane/" class="more-link">Continue Reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rivista-abruzzese.it/wp-content/uploads/2018/11/420171.pdf">42017</a> (con un click è possibile scaricare gratuitamente il file del fascicolo per i 70 anni che contiene i saggi dei collaboratori e gli indici degli ultimi 20 anni).</p>
<p><strong>La “Rivista Abruzzese”, con il n. 4 del 2017, compie settanta anni di vita. </strong></p>
<p>Per l’occasione, il quarto fascicolo del 2017 comprende l’indice degli articoli pubblicati negli ultimi venti anni (quello dei primi cinquanta anni è stato pubblicato nel fascicolo monografico del 1997). Sono intervenuti molti collaboratori a testimoniare la loro presenza nella Rivista, ritenuta di rilievo non soltanto per la storia e le tradizioni culturali e artistiche dell’Abruzzo, ma anche per i suoi interventi nella cultura nazionale. Il fascicolo monografico si apre con una vignetta di Lucio Trojano, a cui seguono interventi di Umberto Russo, Adelia Mancini, Aristide Vecchioni, Mario Cimini, Eide Spedicato-Iengo, Giuseppe Mauro, Adriano Ghisetti Giavarina, Giovanni Damiani, Enrico Graziani, Ireneo Bellotta, Lia Giancristofaro, Giacomo D’Angelo, Mario Santucci, Gianfranco Natale, Anna Cutilli Di Silvestre, Nicola De Sanctis, Paolo Muzi e Rocco Camiscia. Gli interventi dei collaboratori, in occasione di questo settantesimo anniversario, hanno voluto mettere in evidenza l’importanza della Rivista che, «con pieno decoro, ha ripreso e continuato la tradizione dei periodici di cultura che la regione espresse tra Ottocento e Novecento, una tradizione che non andava interrotta o mistificata perché costituiva un segno positivo della capacità di produrre autonomamente cultura» (Umberto Russo).  Ma ripercorriamo in breve la storia della “Rivista Abruzzese”.<br />
Quando nel 1960 Francesco Verlengia, che aveva fondato la Rivista nel 1948, nella Biblioteca provinciale “De Meis” di Chieti, me ne affidò la redazione, ero un giovanissimo collaboratore. La Rivista era in ritardo perché il Direttore era molto anziano e malato. Nel 1964 mi chiese di assumerne la proprietà e la direzione, con una affettuosa raccomandazione: conservarne la virtù di fondo, la coerenza ad una concezione della cultura come impegno civile ed etico affrontando temi, non solo regionali, di attualità letteraria, di storia, di tutela ambientale, di tradizioni folkloriche, di varia umanità. Verlengia si spense nel 1967. Ebbi, nei primi anni, la collaborazione di intellettuali e cari amici, che ricordo con gratitudine: Corrado Marciani, Beniamino Rosati, che faceva da tramite con l’ambiente crociano di Napoli e con Elena ed Alda Croce per la pubblicazione di inediti del padre, Bruno Mosca, Antonino Di Giorgio, Giovanni Nativio, Alfonso di Nola, Alfredo Sabella e, scorrendo gli oltre 250 fascicoli, compaiono argomenti trattati non solo da studiosi regionali, in un eclettismo aperto a tutte le manifestazioni dello spirito, che voleva costituire il riflesso della vita culturale nella sua totalità, nei suoi problemi e nella difesa del patrimonio storico, artistico e ambientale. Come non ricordare gli interventi in difesa del Parco Nazionale D’Abruzzo, dell’abazia di S. Giovanni in Venere, dei monumenti e del patrimonio storico, artistico e folklorico, l’opposizione all’industria petrolchimica della Sangro Chimica, ecc.! Non sempre si è evitato che qualche scritto scivolasse nella “esibita erudizione”, ma la base della Rivista era stimolo verso scelte di argomenti etico-politici: l’attuale società del profitto, che tende a cancellare le nostre radici culturali, ci piace poco, con i suoi bisogni omologati dal linguaggio televisivo e dei mass media, e la Rivista tenta di riproporre i valori di una cultura di cui non c’è solo la memoria erudita, ma il contributo verso una società di crescita dei valori umani. Si spiega perché essa privilegi tematiche di identità distrutte, di riscoperta di valori locali e modelli culturali lontani dalla omologazione contemporanea, testimonianze di valori di comunità, di umanità, di solidarietà. Anche nel suo aspetto grafico conserva uno stile parsimonioso, una impaginazione semplice, senza pubblicità commerciale, l’orgoglio di non essere iscritta all’anagrafe delle sovvenzioni finanziarie statali, regionali e comunali previste per l’editoria, ma vivendo solo delle quote dei suoi abbonati, che non sempre coprono le spese (di stampa, postali, Camera di Commercio, telefono, partita iva, perfino, in migliaia di euro, tassazioni INPS, pur non avendo dipendenti, in cumulo con la pensione di insegnante del proprietario della testata, ecc.). La sua sede è lo studio del redattore, il magazzino… il suo garage!<br />
Tuttavia la “Rivista Abruzzese” non mollerà, fino a quando ci saranno gli abbonati, non sarà palestra di nostalgici incantesimi di un passato di cui non rimpiangiamo le strutture economiche, ma punto di incontro di quanti credono che la cultura svolga la sua azione politica nel tempo, ben diversa da quella a cui bassi interessi economici hanno abituato anche l’editoria culturale, al servizio di partiti, di potentati politici ed economici. Questo il senso della Rivista nel panorama editoriale nazionale e regionale e, al di là dello scoramento per la sopportazione di qualche fastidio economico, essa continuerà, fino a quando lo vorranno gli abbonati, nella sua azione di resistenza etica. (Emiliano Giancristofaro)</p>
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		<title>Regolamento degli standard di qualità scientifica della Rivista Abruzzese</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Aug 2015 09:12:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Abruzzese]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Il periodico e la casa editrice]]></category>
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		<description><![CDATA[Regolamento degli standard di qualità scientifica della Rivista Abruzzese. 1. Premessa. L’editrice “R.A.-Rivista Abruzzese”, sita in Lanciano, Via Fagiani 37, ditta individuale di Lucia Di Virgilio, fondata nel 1970, www.rivista-abruzzese.it, a seguito delle profonde trasformazioni strutturali dei processi produttivi degli&#8230; <a href="http://www.rivista-abruzzese.it/regolamento-degli-standard-di-qualita-scientifica-della-rivista-abruzzese/" class="more-link">Continue Reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Regolamento degli standard di qualità scientifica della Rivista Abruzzese.</strong></p>
<p><strong>1. Premessa.</strong><br />
L’editrice “R.A.-Rivista Abruzzese”, sita in Lanciano, Via Fagiani 37, ditta individuale di Lucia Di Virgilio, fondata nel 1970, www.rivista-abruzzese.it, a seguito delle profonde trasformazioni strutturali dei processi produttivi degli ultimi anni e alla luce delle recenti disposizioni Ministeriali del C.U.N., ristruttura il Periodico trimestrale generalista “Rivista Abruzzese” (edito dal 1948) inquadrandolo in un contesto di referaggio e indicizzazione internazionale (ISI).</p>
<p>a) Il gruppo scientifico promotore è individuato nel seguente Comitato: prof. Emiliano Giancristofaro (direttore del Periodico dal 1963 al 2000); prof. Adriano Ghisetti Giavarina (Ordinario di Storia dell’Architettura); prof. Eide Spedicato Iengo (Associato di Sociologia Generale); prof. Nicola De Sanctis (Associato di Logica); prof. Giuseppe Profeta (Ordinario di Antropologia Culturale); prof. Umberto Russo (Ordinario di Estetica); prof. Vito Moretti (Associato di Letteratura Italiana); prof. Mario Cimini (Associato di Letteratura Italiana); prof. Giovanni Pizza (Associato di Antropologia Culturale); prof. Lia Giancristofaro (Ricercatore di Antropologia Culturale).<br />
b) Il Presidente del Comitato Scientifico è individuato nella persona del direttore storico Emiliano Giancristofaro. Il Coordinatore del Comitato Scientifico è individuato nella persona di Lia Giancristofaro, attuale direttore del Periodico.<br />
c) Il Comitato Scientifico garantisce, attraverso metodi e criteri prestabiliti di validazione scientifica basati sulla blind peer review, la serietà e congruità della produzione culturale del Periodico.<br />
d) Le politiche editoriali specificano che il campo di applicazione e le finalità della ricerca comune afferiscono agli studi monografici dei SSD 08, 10, 11 e 14 relativamente al terreno culturale dell’Abruzzo e del Molise, con apertura interdisciplinare. I “ragguagli”, le “recensioni” e le “lettere alla Rivista” non sono sottoposti alla blind peer review.<br />
e) Il Comitato Scientifico assicura la massima trasparenza e garanzia di terzietà dal punto di vista delle diverse istituzioni accademiche rappresentate. Ha un orizzonte geografico e una dimensione quantitativa tale da allontanare ogni sospetto di auto-legittimazione e autoreferenzialità.<br />
f) Il Periodico è trimestrale ed esce con regolarità dal 1948. Tale politica editoriale viene accettata dal Comitato Scientifico come prioritaria. Ottemperare con tempestività alla richiesta di blind peer review è il dovere principale dei membri nel Comitato Scientifico.<br />
g) La Rivista Abruzzese è accreditata presso l’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca come Rivista Scientifica di Area 08 (Ingegneria civile ed architettura), Area 10 (Scienze dell’antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche) e Area 11 (Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche), cfr. ANVUR &#8211; Abilitazione Scientifica Nazionale – Riviste dei settori non bibliometrici – lista aggiornata al 18/02/2014).</p>
<p><strong>2. Istruzioni</strong> sulla procedura sistematica di valutazione e accettazione nota come blind-peer-review o referaggio anonimo tra pari.</p>
<p>a) L’Autore deve inviare il suo lavoro (in formato word/rtf includendo il testo, le eventuali note e la bibliografia) alla Redazione (rivistabruzzese1@alice.it), rispettando le norme redazionali di cui al punto 4. Il Coordinatore del Comitato Scientifico, in quanto responsabile della procedura di blind peer review, mantiene e aggiorna l’archivio dei referaggi, avendo cura di protocollare il materiale in entrata e in uscita. I saggi sono sottoposti a selezione attraverso una procedura di valutazione da parte di esperti sul tema affrontato dall’articolo, che provvedono alla compilazione della scheda di valutazione.<br />
b) Il Comitato Scientifico si riunisce periodicamente per deliberare sui seguenti punti: indirizzo strategico; revisione periodica dei processi di referaggio; rendicontazione periodica dei nominativi dei referee.</p>
<p><strong>3. Regolamento</strong> per la sottomissione e la valutazione degli articoli.</p>
<p>a) L’invio dell’articolo per una valutazione ai fini della pubblicazione presuppone che l’Autore accetti le regole di pubblicazione di seguito esposte: l’articolo, o parti significative di esso, non è stato pubblicato altrove; l’articolo non è in valutazione per altra pubblicazione; l’articolo non sarà inviato per altra pubblicazione prima della risposta finale del Comitato Scientifico.<br />
b) L’articolo deve contenere un numero telefonico e un indirizzo di posta elettronica dell&#8217;Autore e deve essere formattato secondo le norme redazionali di cui al punto 4.<br />
c) Il Comitato Scientifico esamina il manoscritto e lo invia ai suoi esperti di riferimento per un parere anonimo. Sulla base delle indicazioni dei referee, il Comitato Scientifico accetta il manoscritto, richiede una revisione, oppure rifiuta il manoscritto; l’esito positivo o la richiesta di revisione verranno comunicati all’Autore entro un mese dall’invio dell’articolo.<br />
d) Il Comitato Scientifico si aspetta che gli autori che inviano i propri manoscritti al Periodico siano disponibili ad accettare di collaborare come referee nel caso in cui vengano richiesti.</p>
<p><strong>4. Norme redazionali</strong> degli articoli</p>
<p>Le citazioni di un libro, in nota o in bibliografia, vanno redatte nel seguente modo: Autore, Titolo dell’opera, città di edizione, editore, anno, p. (o pp). I rimandi di nota (in numerazione araba) vanno inseriti alla fine dell’articolo. Nel caso di volumi collettanei, i cui autori sono da indicare come AA. VV., il titolo, in corsivo, è seguito dal nome del curatore, da segnalare in maiuscoletto e con la dicitura “a c. di”.<br />
Per saggi pubblicati in riviste: Autore, Titolo dell’articolo, titolo della rivista virgolettato (tra “”), annata (in numeri romani), anno di pubblicazione (in numeri arabi e tra parentesi), numero o fascicolo della rivista, indicazione delle pagine (p. o pp.) Per opere già citate, indicare solo l’Autore e le prime parole del Titolo dell’opera, seguiti da cit. e dall’indicazione delle pagine. Per le opere citate di seguito, usare Ibid. senza indicare il numero della pagina; Idem, con il numero di pagina, servirà invece ad specificare che quanto riportato è nel testo già indicato nella nota immediatamente precedente, ma in una pagina diversa.<br />
Le citazioni di una frase o periodo scritti da altri vanno racchiuse fra i simboli « ». I corsivi si limitano ai termini stranieri (salvo quelli entrati nell’uso comune), a quanto l’autore vuole evidenziare in modo particolare ed ai titoli di volumi o di articoli citati nel testo.<br />
Le eventuali immagini a corredo del testo devono essere allegate a parte in formato JPEG.<br />
Ogni articolo dovrà riportare anche il titolo in inglese e le principali parole chiave (key word) anch’esse in inglese.</p>
<p><strong>5. Decorrenza</strong> del presente Regolamento</p>
<p>Il presente regolamento decorre dalla data odierna.</p>
<p style="text-align: right;">Il Presidente del Comitato Scientifico, Emiliano Giancristofaro</p>
<p>Lanciano, 1/1/2014</p>
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		<title>Accreditamento presso l&#8217;Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Aug 2015 09:09:32 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>La Rivista Abruzzese è accreditata presso l’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca come Rivista Scientifica di Area 08 (Ingegneria civile ed architettura), Area 10 (Scienze dell’antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche) e Area 11 (Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche), cfr. ANVUR &#8211; Abilitazione Scientifica Nazionale – Riviste dei settori non bibliometrici – lista aggiornata al 18/02/2014).</p>
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		<title>Riconoscimento unesco e marketing territoriale</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Aug 2015 08:56:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Abruzzese]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riconoscimento unesco e marketing territoriale. L’abruzzo e il suo “capitale nascosto” visti dall’expertise. Il presente saggio consegna alcuni risultati empirici dell’esplorazione qualitativa (osservazione partecipante) di un campo di significati nel contesto regionale abruzzese: tradizioni, crisi, economia, turismo, riconoscimento UNESCO, sviluppo.&#8230; <a href="http://www.rivista-abruzzese.it/riconoscimento-unesco-e-marketing-territoriale/" class="more-link">Continue Reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p><strong>Riconoscimento unesco e marketing territoriale.</strong></p>
<p>L’abruzzo e il suo “capitale nascosto” visti dall’expertise.</p></blockquote>
<p>Il presente saggio consegna alcuni risultati empirici dell’esplorazione qualitativa (osservazione partecipante) di un campo di significati nel contesto regionale abruzzese: tradizioni, crisi, economia, turismo, riconoscimento UNESCO, sviluppo. Come ogni ricerca etnografica, questo resoconto è influenzato dalla condizione della sottoscritta, <em>antropologa nativa</em>; dalla condivisione di specifiche convenzioni e decifrabilità espressive “regionali”; dall’obiettivo finale della ricerca, che è di individuare sinergie e dinamiche partecipative (<em>bottom to up</em>) rivolte all’autostima, alla civilizzazione e allo <em>sviluppo culturale</em> regionale, prima ancora che economico. Parallelamente, è stata condotta una osservazione di altri contesti italiani attivi nella patrimonializzazione UNESCO (Lombardia, Alto-Adige)<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>. L’osservazione è partita nel 2009: all’indomani del sisma che ha colpito il Capoluogo e che in Abruzzo ha anticipato l’onda d’urto della crisi economica globale, il flusso della comunicazione pubblica ha cominciato a indicare la necessità di riconsiderare a fini turistici e commerciali il “capitale nascosto” dell’Abruzzo, ovvero i suoi “giacimenti culturali”: tradizioni, gastronomia, monumenti, opere d’arte e bellezze paesaggistiche che, essendo inimitabili, rappresentano il principale vantaggio competitivo nel panorama globale. Nel giro di alcuni anni, l’aspirazione ad ottenere il “bollino UNESCO” si è diffusa come una sorta di contagio. Per esempio, dalle cronache dei giornali regionali si apprende che a Bucchianico «la Festa dei Banderesi diventa manifestazione patrocinata dall’UNESCO» e che «dopo i riconoscimenti di Provincia e Regione, questo evento di carattere storico-religioso che affonda le radici nel XIII secolo ha conquistato un altro importante traguardo: il marchio dell’UNESCO»<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>. Inoltre, a Chieti opera una Commissione del Consiglio Comunale appositamente finalizzata al riconoscimento della processione del Venerdì Santo come Patrimonio dell’UNESCO, con un recente aumento di interesse da parte della cittadinanza: «Tenuto conto che la città dell’Aquila con la sua <em>Perdonanza Celestiniana</em> ambisce a tale riconoscimento (…) e che lo stesso rappresenterebbe un importante volano per il turismo della città di Chieti la quale ha, proprio nella Processione del Venerdì Santo, la più sentita e partecipata manifestazione del proprio calendario annuale, si chiede di apprendere lo stato dell’arte relativo all’iter di riconoscimento da parte dell’UNESCO»<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>. Che la cittadinanza di Bucchianico desideri amplificare il prestigio della sua tradizione folklorica è comprensibile, come pure è evidente che la cittadinanza teatina, sull’onda della domanda di iscrizione “singola” presentata dall’Aquila nel 2010 – e purtroppo non ancora andata a buon fine – voglia ribadire il suo prestigio e sostenere un particolare aspetto della sua cultura orale che realizza un “patrimonio intangibile”, immateriale o volatile che dir si voglia, ovvero la sua particolare processione del Venerdì Santo. Però, dal punto di vista dell’expertise, questa “biopolitica patrimoniale” scaturita dalla <em>crisi post-sismica </em>è una maniera per elaborare la perdita patrimoniale dell’Aquila e per garantire il futuro in momenti in cui tutto sembra cadere a pezzi. E affidarsi a un’idea di valorizzazione del patrimonio culturale intangibile che sia separata dall’esperienza delle persone rischia di seguire la strada propagandistica di “garantire un risultato” solo nell’immaginazione. Collocando il bene culturale intangibile, ovvero la tradizione, in un utopistico e mediatico <em>tempo senza storia</em>, esso viene privato delle sue basi sociali e reso più fragile. Le tradizioni, infatti, vivono nella quotidianità del presente, nelle relazioni tra le persone. Il valore storico irriducibile è connesso tanto ai beni culturali immateriali, appunto le tradizioni, quanto in quelli materiali, ambientali e paesaggistici che, insieme, formano il patrimonio culturale e che, per il loro particolare rilievo storico ed estetico, costituiscono la ricchezza di un luogo e della relativa popolazione, dunque hanno <em>interesse pubblico</em>. Certamente non è peregrina l’idea di un chiedere l’iscrizione nella lista UNESCO di alcuni aspetti del patrimonio culturale intangibile abruzzese. Secondo l’<em>United Nations World Tourism Organization</em> (da cui l’acronimo UNWTO) l’attenzione per il patrimonio culturale è in crescita ed entro il 2020 il volume turistico triplicherà, dirigendo il suo interesse soprattutto verso la scoperta e la partecipazione di forme di vita originali e alternative. Tuttavia il turismo di massa, accrescendo il fatturato degli alberghi, dei trasporti, della ristorazione e del commercio, inevitabilmente stravolgerebbe gli ambienti che non avessero precedentemente valutato e pianificato la sostenibilità di un’alta concentrazione di visitatori. Come afferma l’expertise, “i monumenti sono abitati”<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>, cioè le <em>persone del luogo</em> patrimonializzano il loro “bene culturale” secondo una stratificazione di usi, costumi ed emozioni, sviluppando tattiche di proprietà o, in senso opposto, atteggiamenti di resistenza e ironia. Nel corso del tempo, le forme di vita vengono riclassificate e nel corso di una generazione possono passare dalla condizione di “vergogna nazionale” a quella di monumento esemplare. Si pensi ai Sassi di Matera o ai Trulli di Puglia: il mutamento progressivo del loro senso (da espressione di miseria a espressione patrimoniale) è la conseguenza del disallineamento di poteri e significati tra la popolazione locale, le egemonie locali e l’expertise la quale, operando nella direzione dello “sbilanciamento”, svolge una funzione pioneristica e di impulso al cambiamento. Quando una forma di vita locale diviene “monumento nazionale e internazionale”, nel suo micro-contesto entrano in scena nuovi fruitori, nuovi protagonisti, nuove performances, nuove relazioni, nuovi insediamenti e nuove conflittualità (si pensi alle speculazioni urbanistiche e alle pressioni politiche). In questo flusso, i professionisti del patrimonio culturale – ovvero l’expertise – stimolano il rinnovamento e le operazioni di mediazione e ricollocamento (tra locale e globale) del bene materiale, ambientale, paesaggistico o, appunto, “intangibile”. I beni <em>non materiali</em>, già di per sé molto delicati, vanno sempre contestualizzati nel sistema culturale nel quale vivono, che oggi per giunta è così glocale e complesso, così fluido e variabile, da evidenziare ulteriormente la particolare “natura” di questa “cultura”, ovvero la particolare fragilità delle tradizioni popolari<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>. I saperi, le credenze, i modi di vivere e di pensare, non possono essere mummificati in nome della salvaguardia, né riprodotti in modo passivo e stereotipato. Analizziamo, per esempio, il Rituale di Cocullo: nella moderna idea di tradizione come <em>processo culturale</em>, il suo essere un “patrimonio intangibile” va individuato non in “ciò che è fedele al passato” (prospettiva che rischierebbe di trasformare il Rituale in uno sterile rifacimento con aspirazioni di autenticità), ma in qualcosa che può essere riconosciuto solo adottando la nozione di “stile” quale chiave di identificazione dei modi di produzione e consumo del bene<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a>. La tradizione non è un ipotetico prolungamento del passato nel presente; dunque l’individuazione, inventariazione e salvaguardia del Rituale di Cocullo non può disconoscere tutti quei partecipanti che si armano di macchina fotografica quale strumento popolare contemporaneo individuato per “condividere il sacro”. Le tradizioni popolari sono una forma di cultura e questo rinnovamento della partecipazione a Cocullo gioca una funzione intrinseca nel disallineamento di poteri e significati tra la popolazione locale, le egemonie politiche, i media e l’expertise. Il senso da dare alla tutela e della valorizzazione dei Beni Culturali Immateriali è estremamente dibattuto e, in tal senso, le teorie demo-etno-antropologiche italiane, assieme a quelle francesi, sono all’avanguardia. L’<em>United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization</em> (da cui l’acronimo UNESCO) si pone da decenni l’obiettivo di salvaguardare i capolavori tradizionali per evitarne la scomparsa. Perciò, così come era già stato fatto per tutelare i beni culturali, nel 2003 è stata stipulata la <em>Convenzione</em> <em>per la Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale</em> con annessa lista mondiale rappresentativa. Attualmente l’elenco comprende centinaia di patrimoni immateriali di tutto il mondo, tra cui solo cinque patrimoni italiani: l’<em>Opera dei Pupi siciliani</em> (iscritta nel 2001), il <em>Canto a tenore della cultura pastorale sarda</em>  (2005), la<em> Dieta mediterranea</em> (2010), l’<em>Artigianato tradizionale del <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Violino">violino</a></em> a Cremona (2012), e infine la <em>Rete delle grandi macchine a spalla</em> (2013), che associa le città di Viterbo, Nola, Palmi e Sassari. L’inserimento di queste tradizioni nella lista dei Patrimoni Orali e Immateriali dell&#8217;Umanità ha avuto ricadute socio-economiche, ma di qualità e durata variabile. Che il pedaggio da pagare al turismo di massa possa diventare oneroso in termini di frizioni, conflittualità e degrado ambientale è un dettaglio forse sfuggente per la comunicazione pubblica regionale, ma non per l’UNESCO, che per questo ha da tempo modificato le condizioni d’iscrizione alla lista secondo questa direzione: ogni anno, ciascun Paese può avanzare non più di due candidature (una per i beni culturali e l’altra per quelli paesaggistici), e deve garantire la sostenibilità socio-ambientale delle sue proposte. Preparare il dossier di candidatura, inoltre, comporta un gran lavoro da parte dei portatori d’interesse, nonché investimenti per svariate migliaia di euro a carico di chi, a livello locale, propone la candidatura. Per giunta l’iscrizione, una volta ottenuta, va mantenuta, cosicché il record italiano di oltre quaranta realtà culturali e paesaggistiche “certificate” dall’UNESCO – nessuna delle quali è in Abruzzo – rischia di decrescere. Infatti, i controlli sui beni inseriti nella lista sono settennali, ma dietro segnalazioni e denunce possono arrivare ispezioni e si può essere espulsi o declassati, finendo ad esempio nelle liste speciali delle realtà pregevoli che però si trovano “in condizione di pericolo” a causa del disinteresse della popolazione locale (emersione di indifferenza, corruzione o conflittualità intorno al bene, abusivismo edilizio, inquinamento ambientale, perdita o distruzione del bene o di parte di esso). L’UNESCO e la relativa Commissione italiana non possiedono strumenti finanziari (le pratiche di candidatura avvengono tramite il MiBACT, che fa da interfaccia tra le comunità di eredità e l’UNESCO), dunque la vigilanza sulla corretta tutela e valorizzazione spetta al comune in cui si trova la realtà culturale che è stata riconosciuta pregevole. Insomma, l’iscrizione nella lista UNESCO rientra in una dimensione immaginaria e di per sé non sufficiente ad attirare turismo e investimenti; anzi, in determinate condizioni essa può registrare effetti controproducenti<a href="#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a>. Pur presentando il vantaggio di un’immagine civilizzata e internazionale, essa alimenta aspettative che, in quanto tali, possono rivelarsi effimere o concrete a seconda della maggiore o minore coesione della comunità culturale, delle professionalità messe in gioco e del progetto di marketing territoriale che sottende all’intera iniziativa. Per evitare campanilismi, conflittualità ed effetti boomerang, l’expertise politica, giuridica ed etno-antropologica che lavora all’applicazione della Convenzione UNESCO del 2003 ha implementato, nell’ambito delle candidature, il senso e il ruolo delle “comunità di eredità”, il quale era già stato formalizzato nella <a href="http://www.marcopolosystem.it/attachments/article/11/convenzione%20di%20faro.pdf">Convenzione Europea di Faro</a> (2005), sicché la verifica dell’effettivo valore che l’eredità culturale offre alla sua società (in sintesi, le ricadute sociali) è stata progressivamente rafforzata fino a condizionare… l’iscrizione stessa. Scendere in questo dettaglio sarà senz’altro utile per il lettore desideroso di approfondire tale tematica. La Convenzione di Faro, ratificata dall’Italia nel gennaio del 2013, muove dal concetto che la conoscenza e l’uso dell’eredità culturale rientrano fra i diritti dell’individuo a prendere parte alla vita culturale della comunità e a godere liberamente delle sue arti popolari<a href="#_ftn8" name="_ftnref8">[8]</a>; dunque la Convenzione di Faro, integrando gli altri strumenti internazionali esistenti, chiama le popolazioni a svolgere un ruolo attivo nel riconoscimento dei valori dell’eredità culturale, e invita gli Stati a promuovere un processo di valorizzazione partecipativo e democratico, fondato sulla sinergia fra pubbliche istituzioni, cittadini privati, associazioni<a href="#_ftn9" name="_ftnref9">[9]</a>. La tutela dell’heritage, secondo le nuove direttive UNESCO, si traduce dunque nella salvaguardia consapevole di un reticolo narrativo che è intessuto di migliaia di microcosmi e che assomiglia più a un intricato quartiere che alla strada a senso unico del bollino UNESCO da esibire come “fiore all’occhiello”, la quale viene giustamente scoraggiata dalla stessa organizzazione internazionale<a href="#_ftn10" name="_ftnref10">[10]</a>, con effetti prospettici che possiamo sintetizzare nel seguente quadro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<table>
<tbody>
<tr>
<td width="276"><em>Visioni pubbliche attualmente diffuse sul territorio abruzzese</em></td>
<td width="300"><em>Direttive diffuse dai Comitati Intergovernativi UNESCO nel corso degli ultimi dieci anni </em></td>
</tr>
<tr>
<td colspan="2" width="576"><em>In cosa consiste l’iscrizione di un Bene Culturale Immateriale</em><em>nella lista dei Capolavori dell’Umanità?</em></td>
</tr>
<tr>
<td width="276">Iscrizione individuale del singolo bene culturale intangibile</td>
<td width="300">Iscrizione di rete di un sistema di beni culturali su base associativa</td>
</tr>
<tr>
<td width="276">Premio istituzionale concesso dall’alto verso il basso (up to bottom)</td>
<td width="300">Forma di autotutela dichiarata dal basso verso l’alto (bottom to up)</td>
</tr>
<tr>
<td width="276">Iscrizione come segno di prestigio campanilistico e forte richiamo turistico-economico</td>
<td width="300">Scelta di vita comunitaria intesa come salvaguardia di valori socio-culturali locali</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p><em> </em>Nel prolungarsi della crisi economica, le istituzioni locali rischiano di approcciare gli strumenti politici della salvaguardia in modo riduttivo perché, in mancanza di programmazione territoriale e di “buone pratiche”, l’idea di richiedere una serie di iscrizioni nella lista UNESCO al fine di sollevare l’economia potrebbe tradursi in una ulteriore deriva o crescita illusoria. Per esempio, ci sarebbe il rischio di individuare l’heritage sulla base di criteri non relazionali e creativi, bensì assolutistici, conservativi ed etnocentrici. Sulla base di una comparazione qualitativa e quantitativa trentennale (1984-2014), i dati socioeconomici denunciano che, rispetto ad altre regioni italiane del Centro-Nord, le famiglie e le comunità hanno perso coesione; che l’indice medio dell’istruzione e delle competenze creative non cresce e da questo consegue la diminuzione della competitività economica; che aumentano l’alcolismo e le dipendenze; che le aspirazioni, le interazioni e i bisogni vengono affidati al mero calcolo, all’irrazionalità, al pregiudizio, all’aggressività, producendo ulteriori fratture e disuguaglianze socioculturali<a href="#_ftn11" name="_ftnref11">[11]</a>. Restando nel livello della generalizzazione, l’emersione giudiziaria di azioni scorrette da parte del ceto dirigente ha scardinato lo status quo e ha lasciato fluire il dramma delle pulsioni, dei desideri repressi, delle ipocrisie di una cultura politica illusa di risolvere i propri conflitti attraverso transazioni non risolutive, tattiche temporanee, galleggiamenti utilitaristici e a corto raggio. Purtroppo, questa società nell’ultimo decennio ha teso a gestire in modo patriarcale e auto-referenziale il benessere “ereditato”, cioè ha disincentivato il talento e gli elementi favorevoli al progresso culturale, tecnologico ed economico, ivi compresa la tutela dei beni culturali e del paesaggio. Insomma il ceto dirigente ha dirottato le risorse verso le proprie “rendite di posizione” anziché rivolgerle verso usi produttivi come il rinnovamento del “capitale umano”; in tal modo, si sono creati vincoli socio-istituzionali che attualmente realizzano il “marketing territoriale” al rovescio<a href="#_ftn12" name="_ftnref12">[12]</a>. Va qui specificato che il marketing territoriale è non certo una promozione pubblicitaria, bensì l’elaborazione di una strategia che garantisca lo sviluppo di un comprensorio nel  lungo periodo , ovvero un’attività di concertazione moderna e complessa resa necessaria dalla competizione tra territori globali. Per la sua esecutività serve un’expertise attrezzata a competere in situazioni difficili e abile nel costruire reti di comunicazione, mediazione, gestione, reperimento di finanziamenti. Anche in Abruzzo opera la nuova generazione dei lavoratori della conoscenza che, nel presente saggio, indichiamo come <em>expertise</em>: ma si tratta di una professionalità che rischia la marginalizzazione e l’espulsione (la cosiddetta <em>fuga dei cervelli</em>). Tra le risorse abruzzesi in perdita, dunque, c’è il capitale umano,  che sarebbe il principale fattore di attrazione territoriale nei confronti del capitale “finanziario”. Nel presente quadro sinottico, sul lato sinistro ho sintetizzato una serie di “valori indicativi” che nelle quattro cornici attraverso le quali si distribuisce il flusso culturale contemporaneo (istituzioni, mercato, vita quotidiana, movimenti) tendono a prevalere sui valori indicati sul lato destro, i quali, secondo l’ottica democratica e partecipativa proposta dall’UNESCO e dal Consiglio d’Europa, sarebbero più flessibili, positivi e vincenti<a href="#_ftn13" name="_ftnref13">[13]</a>. Ovviamente, tale contrapposizione soffre del noto e discutibile <em>dualismo ermeneutico occidentale</em>, ma può risultare utile come espressione empirica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<table width="576">
<tbody>
<tr>
<td colspan="2" width="576"><em>Prevalenza di elementi culturali nelle comunicazioni pubbliche provenienti da:</em><em> </em></td>
</tr>
<tr>
<td width="287"><em>Ambito politico istituzionale ed egemonico </em></td>
<td width="289"><em>Ambito pioneristico dell’expertise</em></td>
</tr>
<tr>
<td width="287">Identità culturale ed etnica</td>
<td width="289">Creatività interculturale</td>
</tr>
<tr>
<td width="287">Esacerbazione del copyright e delle rendite di posizione</td>
<td width="289">Cultura del dono, della generosità sociale e della libera circolazione delle idee</td>
</tr>
<tr>
<td width="287">Interpretazione statica delle tradizioni</td>
<td width="289">Interpretazione dinamica delle tradizioni</td>
</tr>
<tr>
<td width="287">Purezza culturale del bene</td>
<td width="289">Porosità della performance del bene</td>
</tr>
<tr>
<td width="287">Individuazione delle forme autentiche del bene</td>
<td width="289">Individuazione degli stili culturali del bene</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
<p>Attualmente, sarebbe dunque opportuno correggere questo modo di procedere dualistico, che realizza iniziative frammentarie e dispersive tanto nell’ambito istituzionale della salvaguardia, quanto nell’ambito pioneristico dell’expertise. E sarebbe opportuno aprire un dialogo tra due dimensioni che sembrano così contrapposte, con l’effetto di creare innovazione, porosità, scambi di vedute. L’Ente più lacunoso, in tal senso, è la Regione, a cui sarebbe spettato il compito di mettere l’expertise in sinergia con l’ambito istituzionale, dando vita ad una organica programmazione territoriale. Oggi, nella miriade di leggi regionali del Settore Cultura, troviamo assistenza, tutela e sostegno (spesso tradotto in finanziamento) a manifestazioni di ogni tipo; norme in materia di promozione culturale, di Musei di Enti locali o di interesse locale; ma in materia di Patrimonio Culturale Intangibile non troviamo nulla, nonostante l’obbligo di ottemperare alla disciplina internazionale e nazionale, a seguito della ratifica italiana della Convenzione UNESCO e della Convenzione di Faro, cada in capo agli Enti Territoriali<a href="#_ftn14" name="_ftnref14">[14]</a>. E mentre altre regioni si sono da anni attivate nella direzione del marketing territoriale e della <em>governance</em> nel campo dell’heritage, in Abruzzo dobbiamo accontentarci delle “buone pratiche”. È infatti su questa base che il Consiglio Regionale d’Abruzzo il 22 gennaio 2013 ha riconosciuto la rappresentatività culturale di un singolo elemento di heritage con una legge che concede al piccolo paese di Cocullo un contributo annuale per la gestione e per la salvaguardia del suo patrimonio culturale festivo, in quanto esso rappresenta un interesse non più paesano e comprensoriale, ma regionale<a href="#_ftn15" name="_ftnref15">[15]</a>. Pur apprezzando la presenza di questo piccolo e iniziale intervento di salvaguardia da parte del Consiglio Regionale, va segnalata la necessità di procedere con una legislazione che metta in primo piano le competenze nel campo del patrimonio culturale immateriale e che regolamenti una volta per tutte questo settore così delicato. Nelle more di un’auspicata – e comunque tardiva – legge regionale di Salvaguardia del Patrimonio Culturale Intangibile, gli stake holders di Cocullo (Pro Loco, Pubblica Amministrazione, Associazione Culturale, Centro Studi) continuano a concertare l’implementazione delle loro “buone pratiche di tutela e progettualità dal basso” in sinergia con l’expertise demo-etno-antropologica, che così sperimenta un definitivo superamento della documentazione etnografica classica ed elabora metodologie partecipative più idonee, sostenibili e accessibili per le nuove sensibilità culturali. Per esempio, dalle ultime vicende di questa “comunità di eredità”, è emerso che per i diretti interessati la candidatura UNESCO non è centrale; semmai, la piccola comunità appenninica si dichiara disponibile a sperimentare metodi di ricerca collaborativa nella prospettiva di un inventario partecipativo e “in rete” con altre comunità devozionali appenniniche o addirittura mediterranee. Contrariamente alle realtà che centralizzano l’elemento campanilistico e festivo in senso stretto, a Cocullo è dunque in atto un <em>work in progress</em> sulle volontà e gli orientamenti locali, per i quali una eventuale candidatura rimane secondaria rispetto all’autotutela del loro contesto culturale specifico. Tra queste argomentazioni teoriche e pratiche sulla tutela dei “patrimoni intangibili”, c’è un aspetto che risulta forse più “popolare” e accessibile per la cittadinanza abruzzese, perché è intrecciato alla storia e alla vita delle circa trecento comunità (di paese, contrada, congrega, associazione o quartiere) che ogni giorno si attivano nella salvaguardia dell’heritage regionale: parliamo ovviamente delle Pro Loco, associazioni locali finalizzate alla promozione e allo sviluppo del territorio. Si tratta di strutture decentrate di volontariato, non di rado trainate da figure carismatiche, attualmente coordinate nelle forme di una unione nazionale (UNPLI) che, nel rispetto dell’autonomia individuale delle singole Pro Loco, cerca di realizzare una forma di marketing del territorio nazionale attraverso una programmazione comune. Grazie proprio al suo essere una “rete democratica e partecipativa”, l’UNPLI è stata accredita nel giugno 2012 presso il Comitato intergovernativo UNESCO per la salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale previsto dalla Convenzione del 2003, diventando di diritto una ONG attiva nei processi di salvaguardia e, dimostrando di avere vertici lungimiranti, non ha esitato a coinvolgere l’expertise demo-etno-antropologica nazionale nei suoi progetti di individuazione, documentazione e salvaguardia dei saperi popolari. In conclusione, la critica intellettuale, per essere credibile, efficace  e dotata di prospettiva, deve necessariamente saldarsi alla capacità di formulare proposte concrete e attuabili in dialogo con le istituzioni e la cittadinanza. In tal senso, essere propositivi è la maggiore responsabilità che attende l’expertise regionale nel campo dell’heritage, e di questo la Pubblica Amministrazione sarà obbligata a tenere conto. L’Abruzzo ha urgente bisogno di una normativa regionale sul Patrimonio Intangibile che sia calzata su misura e che metta in primo piano la sostenibilità e le ricadute sociali della salvaguardia; dunque, non un rozzo “copia e incolla” dalle normative delle regioni che già si sono messe in regola, ma la ponderata “messa a sistema” di iniziative frammentarie e dispersive che oggi faticano il proprio compimento e rischiano di ingenerare illusioni e frustrazioni presso una cittadinanza regionale che nell’ultima decade è stata fin troppo provata. Una simile legislazione dovrebbe davvero “fare la differenza” perché l’Abruzzo non patisca più il ritardo, la disorganizzazione e la disuguaglianza rispetto a regioni italiane più attive nel campo dell’heritage e nel relativo found-raising europeo, il quale rappresenta l’unico elemento di vantaggio economico per i territori che, con o senza il bollino UNESCO, hanno finora tutelato o il loro Patrimonio Culturale Intangibile e, attraverso una sorta di rinnovamento del “patto sociale”, si impegnano a proseguire il loro percorso di civilizzazione e rispetto. La salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale è una battaglia di metodi, di obiettivi, di confronti, di cambiamento, di capacità di tenere insieme livelli diversi creando “strutture di dialogo” che mettano in relazione esperienze e bisogni diversi. In tutta evidenza, questo lavoro di tutela UNESCO del Patrimonio Culturale Immateriale non si riduce all’individuazione, alla catalogazione e alla “marchiatura” di un elemento tradizionale, per prestigioso e irriducibile che esso sia. Investire sul Patrimonio Culturale significa investire sulla cultura, sull’auto-stima, sul turismo sostenibile. In tal senso, i migliori operatori potrebbero individuarsi nelle Pro Loco decise ad orientare il loro volontariato in progetti di “valorizzazione territoriale” condotti in dialogo con l’expertise. Utili spunti di comparazione interregionale e internazionale saranno oggetto di ulteriori saggi per la Rivista Abruzzese.</p>
<p><strong>Lia Giancristofaro</strong></p>
<p><em>The UNESCO </em><em>acknowledgement </em><em>missing a territorial marketing. Abruzzo and its “hidden capital” seen by the expertise</em>. Key words: cultural assets, UNESCO, earthquake, economy, culture, heritage, development, sustainability.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> La comparazione con gli altri contesti regionali qui è stata eliminata per motivi di spazio; ne daremo conto in saggi successivi.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Il Centro, 23 marzo 2011.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Il Centro, 8 febbraio 2014; Cityrumors, 8 febbraio 2014.</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Daniel Fabre, Anna Iuso, <em>Les monuments sont habités</em>, Paris, Maison des Sciences de l’Homme, 2010, pp. 25-26.</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> Antonio Arantes, <em>Heritage as culture. </em><em>Limits, Uses and Implications of Intangible Cultural Heritage Inventories</em>, in <em>Intangible Cultural Heritage and Intellectual Property</em>, a cura di Toshi Kono, Cambridge, Intersentia, 2009.</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> Alberto Mario Cirese, <em>Beni volatili, stili, musei</em>, Roma, Ori, 2007.</p>
<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> Berardino Palumbo, <em>Le alterne fortune di un immaginario patrimoniale</em>, «Antropologia Museale», X, 1, 2011.</p>
<p><a href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> Tale diritto è sancito nella <em>Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo</em> (Parigi 1948) e garantito dal <em>Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali</em> (Parigi 1966).</p>
<p><a href="#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a> L’art. 2 della Convenzione di Faro spiega che le “comunità di eredità” sono costituite da <em>persone che attribuiscono valore a degli aspetti specifici dell’eredità culturale, che desiderano, nell’ambito di un’azione pubblica, sostenere e trasmettere alle generazioni future</em>.</p>
<p><a href="#_ftnref10" name="_ftn10">[10]</a> La letteratura internazionale da tempo sollecita cautele in tal senso. Cfr. per esempio Pietro Clemente, <em>Oltre il folklore. Tradizioni popolari e antropologia nella società contemporanea</em>, Roma, Carocci, 2001; Hugues de Varine, <em>Le radici del futuro. </em><em>Il patrimonio culturale al servizio dello sviluppo locale</em>, Bologna, Clueb, 2005; Antonio Arantes, <em>Limits, Uses and Implications of Intangible Cultural Heritage Inventories</em>, in <em>Intangible Cultural Heritage and Intellectual property</em>, New York, Intersentia, 2009; Antonio Arantes, <em>Beyond Tradition: Cultural Mediation in the Safeguarding of ICH</em>, in <em>Anthropological Perspectives on Intangible Cultural Heritage</em>, Springer, New York, 2013.</p>
<pre><a href="#_ftnref11" name="_ftn11">[11]</a> Cfr. per esempio Mario Santucci, <em>Per l’Abruzzo. Appunti e spunti di riflessione socio-economica</em>, 
L’Aquila, CRESA, 2011; Giulia Paola Di Nicola, Eide Spedicato Iengo, <em>Gli adolescenti e la famiglia 
ieri e oggi. VIII indagine sociologica sugli adolescenti abruzzesi</em>, Colonnella, Marte, 2011; 
Eide Spedicato Iengo, <em>Il falso successo del mondo “liquido”. Intorno a nomadismi culturali e patti 
sociali traballanti</em>, Bari, Laterza, 2012.</pre>
<p><a href="#_ftnref12" name="_ftn12">[12]</a> Emanuele Felice, <em>Perché il Sud è rimasto indietro</em>, Bologna, Il Mulino, 2014.</p>
<p><a href="#_ftnref13" name="_ftn13">[13]</a> Anthony Giddens, <em>Runaway World</em>, Profile, London, tr. it. <em>Il mondo che cambia. Come la globalizzazione ridisegna la nostra vita</em>, il Mulino, Bologna, 1999..</p>
<p><a href="#_ftnref14" name="_ftn14">[14]</a> Un ulteriore strumento può ravvisarsi nel Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio (<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/2004">2004</a>), che attribuisce al <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ministero_per_i_Beni_e_le_Attivit%C3%A0_Culturali">Ministero per i Beni e le Attività Culturali</a> il compito di tutelare, conservare e valorizzare il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Cultura">patrimonio culturale</a> materiale e immateriale dell’<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Italia">Italia</a>. Recenti modifiche della Codice hanno rinforzato la professionalità degli interventi operativi di tutela, protezione, conservazione, valorizzazione e fruizione dei beni culturali tramite l’istituzione di elenchi nazionali di archeologi, archivisti, bibliotecari, demo-etno-antropologi, restauratori e storici dell’arte presso il MiBACT. Oggi, tuttavia, la riorganizzazione dei ministeri ha trasferito le competenze sull’arte e l’architettura contemporanea, l’immateriale e la tutela delle diversità culturali alla… Direzione Generale dello Spettacolo, con una politica che sembra rientrare in una visione che tende alla “spettacolarizzazione” delle tradizioni e aggrava l’assurda frattura tra i “beni culturali” e la loro “vita sociale”, visto che i compiti di studio, educazione e promozione faranno ancora capo alla Direzione dalla quale dipendono i musei demoetnoantropologici.</p>
<p><a href="#_ftnref15" name="_ftn15">[15]</a> Di questa iniziativa normativa abbiamo già reso conto nell’articolo <em>Sulla salvaguardia del patrimonio culturale intangibile. Il rituale di Cocullo in una legge regionale</em>, “Rivista Abruzzese”, LXVI (2013), 1, 42-45.</p>
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		<title>Ovoidale. Uova dalla natura al simbolo</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Aug 2015 20:46:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Abruzzese]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Filologia, linguistica e letteratura]]></category>
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		<description><![CDATA[Ovoidale. Uova dalla natura al simbolo. Catalogo della Mostra. Pescara, Museo delle Genti d’Abruzzo 20 marzo – 07 aprile 2010 A cura di Giulia Anna Cerretani PRESENTAZIONE Tutto nasce da una predilezione innata: sin da bambina apprezzavo la forma dell’uovo&#8230; <a href="http://www.rivista-abruzzese.it/ovoidale-uova-dalla-natura-al-simbolo/" class="more-link">Continue Reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rivista-abruzzese.it/wp-content/uploads/2015/08/uovo.png"><img class="alignnone size-medium wp-image-292" src="http://www.rivista-abruzzese.it/wp-content/uploads/2015/08/uovo-300x203.png" alt="uovo" width="300" height="203" /></a></p>
<blockquote><p><strong>Ovoidale. Uova dalla natura al simbolo. Catalogo della Mostra.</strong><br />
Pescara, Museo delle Genti d’Abruzzo<br />
20 marzo – 07 aprile 2010<br />
A cura di Giulia Anna Cerretani</p></blockquote>
<p>PRESENTAZIONE<br />
Tutto nasce da una predilezione innata: sin da bambina apprezzavo la forma dell’uovo e quando ho cominciato a pensare alla collezione, ebbene si era già costituita per la gran parte da sola. Sinceramente non ricordo quando ho cominciato ad acquistare uova e oggetti a forma d’uovo: dev’essere vero che la simbologia legata a questo simbolo perfetto sia ancestrale e si perda nella notte dei tempi.<br />
In questa sede un discorso legato alla simbologia dell’uovo mi sembra fuori luogo, perché chi ha contribuito con i testi a dar vita al volume ne ha parlato sicuramente meglio di me. Osservo solo che un’esposizione di questo tipo è davvero unica nel suo genere e comunque è una delle poche che si siano mai viste in Italia, dove a volte si sono esibiti artisti nell’elaborazione di opere ispirate a questa forma, o sono stati messi in mostra oggetti antichi di origine russa o francese: mai però collezioni di privati o creazioni di ragazzi in età scolare.<br />
E torno ancora una volta a sognare, pensando al patrimonio di passioni e d’idee che tanti contribuiscono a creare e per il quale sarebbe auspicabile una sede espositiva definitiva: perché non potrebbe essere nella mia città?<br />
Questa mostra è stata fortemente voluta, oltre che da me, dal solito gruppo di amici fedeli: uno per tutti Theo Ruggiero, che mi aiuta sempre molto (forse lo costringo&#8230;). Esprimo gratitudine per la loro generosità ai presidenti delle associazioni culturali di cui faccio parte, I Licei d’Abruzzo e Gli Amici del Tito Acerbo, al Presidente della Fondazione Genti d’Abruzzo Giulio De Collibus e al direttore del Museo Ermanno De Pompeis, disponibili nel mettere a disposizione le prestigiose sale che ci ospitano e fiduciosi nelle mie capacità di organizzatrice di eventi.<br />
Ovviamente ho un elenco nutrito di ringraziamenti da fare e, mai come in quest’occasione, lo faccio davvero di cuore: sono soprattutto grata a tutti i collezionisti che mi hanno aiutato a riempire gli spazi espositivi del museo, ai ragazzi delle scuole pescaresi che hanno messo la loro fantasia e il loro impegno al servizio di un’idea non del tutto in sintonia con i loro studi, agli amici fotografi Vienna Tordone, cui si devono le splendide immagini del catalogo e l’ideazione del cartoncino d’invito ed Enrico Magni, autore delle originalissime copertine, alla cortesia infinita della Rivista Abruzzese di Emiliano Giancristofaro, prodigatosi in ogni modo per far nascere il prodotto editoriale che è parte integrante della mostra e ad un’ex-alunna, Martina Villani che, malgrado la giovanissima età, ha profuso un raro e costante impegno nell’aiutarmi.<br />
Oltre a loro molta riconoscenza va agli autori dei contributi letterari: Eide Spedicato Iengo, Iva Spedicato Murino, Sebastiano Calella, Angela Cinalli, Christian Dolente e Clara Germani; al vignettista Lucio Troiano, che ci ha onorato con l’invio di due pezzi originali, all’amica pittrice Vittoria Palucci che ha dipinto per l’occasione un quadro e a Fabiola Ortolano, che gentilmente mette a disposizione la sua passione teatrale per alleggerire il contesto. A tutti un affettuoso pensiero e i sensi della mia amicizia.<br />
Giulia Anna Cerretani</p>
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		<title>La Collegiata S. Maria del Colle a Pescocostanzo</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Aug 2015 20:15:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Abruzzese]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Architettura e urbanistica]]></category>
		<category><![CDATA[Il periodico e la casa editrice]]></category>
		<category><![CDATA[Paesaggio culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Abruzzo]]></category>
		<category><![CDATA[architettura]]></category>
		<category><![CDATA[Artigianato artistico]]></category>
		<category><![CDATA[Storia dell'arte]]></category>
		<category><![CDATA[urbanistica]]></category>

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		<description><![CDATA[La Collegiata S. Maria del Colle a Pescocostanzo Le fasi costruttive Entrando nella chiesa Collegiata di S. Maria dell’Assunta, più nota come S. Maria del Colle, il visitatore, raggiunto il piano di calpestio, resta sorpreso dal suo orientamento trasversale, dalla&#8230; <a href="http://www.rivista-abruzzese.it/la-collegiata-s-maria-del-colle/" class="more-link">Continue Reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p><strong>La Collegiata S. Maria del Colle<br />
</strong>a Pescocostanzo</p>
<p>Le fasi costruttive</p></blockquote>
<p>Entrando nella chiesa Collegiata di S. Maria dell’Assunta, più nota come S. Maria del Colle, il visitatore, raggiunto il piano di calpestio, resta sorpreso dal suo orientamento trasversale, dalla notevole ampiezza del suo interno, non immaginabile guardando la facciata prospiciente la Strada Vulpes, e dalla ricchezza dei suoi altari ed arredi. La forma pressoché quadrata della pianta, divisa in cinque navate con una sola abside, e la semplicità delle strutture ad archi e pilastri, sono soverchiate dalla bellezza degli apparati decorativi in legno, in pietra e in marmo e pertanto appaiono quasi nascoste ad un osservatore non troppo attento. Solo ripercorrendo le vicende costruttive di questo edificio è perciò possibile farsi una ragione delle sue peculiarità1.</p>
<p>Una chiesa di S. Maria esisteva già a Pescocostanzo nell’XI secolo; essa si trovava a una certa distanza dal ‘peschio’, cioè dallo spuntone di roccia intorno al quale si era raccolto il primo nucleo dell’abitato sovrastato da un castello2. Il terremoto del 1456, devastante nel territorio appenninico centro-settentrionale del Regno di Napoli, come è attestato da una fonte coeva, colpì anche questo borgo, che ne rimase “plerumque collapsum”, benché le vittime fossero limitate al numero di cinque3. Presumibilmente in tale circostanza dovette essere distrutta anche la chiesa medioevale di S. Maria, la cui ricostruzione dovette tuttavia avvenire molto presto, se nel 1466 – come attesta un’iscrizione scolpita nella catena di una capriata lignea – ne veniva completata la copertura4.</p>
<p>È all’incirca nel primo trentennio del Cinquecento che, a Pescocostanzo, si avviò l’espansione dell’abitato nello spazio che divideva il nucleo detto ‘del Castello’ dall’altura dove sorge la Collegiata di S. Maria ‘del Colle’: ne è prova la decisione dell’illustre feudataria Vittoria Colonna di stabilire, nel 1535, un regolamento per un ordinato sviluppo dell’edilizia5.</p>
<p>Ma alla crescita del paese fece riscontro anche l’esigenza di una chiesa più grande. La struttura del XV secolo doveva presentarsi orientata, come l’attuale, da est a ovest, del tipo a tre navate, divise probabilmente da un maggior numero di pilastri, con un’unica abside, forse di minori dimensioni ma già, forse, a terminazione quadrangolare, copertura con capriate a vista, facciata a terminazione orizzontale conforme allo schema diffuso dal secolo precedente nella città dell’Aquila e nel suo territorio. Intorno alla metà del Cinquecento dovette essere dunque prevista ed iniziata la ristrutturazione della fabbrica precedente, che solo agli inizi del Seicento avrebbe raggiunto l’assetto attuale (fig. 1). La decisione di aggiungere due navate comportò, evidentemente, la demolizione delle pareti laterali, sostituite da pilastri, e la loro ricostruzione in posizione arretrata. Il piano di cantiere non consentiva però, sul lato settentrionale, a causa della forte pendenza, un comodo accesso; inconveniente che fu risolto con l’inclusione di una rampa di otto gradini all’interno del perimetro della chiesa e in corrispondenza della nuova navatella aggiunta a nord, mentre la sistemazione della rampa di scale esterna fu eseguita soltanto nel 1580, come attesta un’epigrafe scolpita sul pilastrino terminale della sua balaustrata. A questa data doveva essere già stata terminata, pertanto, la nuova facciata settentrionale con un portale, forse non ancora sormontato da un oculo, e dallo stesso coronamento rettilineo presente sulla facciata occidentale.</p>
<p>La creazione di un secondo ingresso era stata determinata dalla nuova situazione urbanistica in cui veniva a trovarsi la chiesa: l’espansione edilizia quattro-cinquecentesca, nell’area compresa tra l’antico borgo e la stessa chiesa, aveva comportato il formarsi di un tracciato viario che, fiancheggiando l’altura su cui sorge la Collegiata, proseguisse poi verso una piazzetta, sede della sede amministrativa di Pescocostanzo (fig. 2). Un asse viario di tale importanza suggeriva pertanto una degna facciata che, trovandosi in posizione elevata, rappresentasse la chiusura della visuale prospettica per chi provenisse dalla piazzetta. Ma un nuovo ingresso su questo lato doveva rendersi necessario anche perché il proseguimento della stessa via fiancheggiava, come si è detto, l’altura del ‘colle’ dalla parte su cui insisteva l’antica facciata, determinando probabilmente, a seguito di un verosimile livellamento del tracciato e dell’allineamento alle cortine edilizie, la creazione di un contrafforte terminante in un terrazzo destinato a sagrato, in conseguenza della sopraggiunta impossibilità di un degno e comodo accesso al naturale, primitivo fronte occidentale (fig. 3).</p>
<p>Se la nuova struttura a cinque navate potrebbe essere già stata terminata entro il 1558, momento nel quale veniva collocato un nuovo portale sul lato ovest, la seconda facciata potrebbe essere stata realizzata solo dopo che, conclusa nel 1561 la facciata occidentale, si dovette decidere di collocare sul fronte settentrionale il portale quattrocentesco rimosso dalla facciata originaria, più tardi sormontato da un oculo ellittico quasi aderente al suo archivolto: e tanto la forma che la posizione di questa apertura appaiono condizionate dal vincolo rappresentato dalla falda del tetto che, nel coprire le navatelle più esterne, doveva forzatamente abbassarsi di molto rispetto al suo colmo. E questo nonostante che lo stesso colmo venisse rialzato nel 1606, allorché terminarono i lavori di ampliamento e sopraelevazione delle strutture portanti della chiesa, come attesta un’iscrizione sulla catena di una capriata prossima a quella del 14666. Quest’ultima, evidentemente, era stata ricollocata sul nuovo livello di posa per la avvertita necessità, a quarantacinque anni dalla conclusione dei lavori, di dotare la copertura, almeno sulla navata centrale, di una più adeguata pendenza. Ma l’andamento delle coperture impose anche l’adozione di due doccioni, in forma di protomi leonine, sulla facciata settentrionale, e di uno soltanto, di uguale disegno, all’estremità destra della facciata occidentale.</p>
<p>L’interno dovette essere concepito, nei lavori cinquecenteschi, con nuovi pilastri quadrangolari formati da pseudolesene sporgenti da ciascuna faccia, dotate di basi e cornici d’imposta in funzione di capitelli, a sostenere ampi archi longitudinali a tutto sesto (fig. 4); di semplice sezione rettangolare, con uguali basi e cornici, i pilastri divisori delle navatelle del lato meridionale. Una struttura siffatta non lascia ipotizzare la possibilità che, in un primo tempo, si fosse potuto pensare a una copertura a volte, sconsigliata anche dal ricordo del terremoto di un secolo prima. E, controllando le proporzioni della fabbrica in pianta, è da escludere anche che la primitiva costruzione a tre navate potesse essere stata priva di una delle campate7. Da notare invece, osservando ancora la pianta8, il notevole spessore delle pareti di facciata e l’ulteriore ispessimento sull’angolo nord-occidentale: evidentemente le superfici libere da appoggi di entrambe le facciate ‘a tabellone’ suggerirono, per maggior sicurezza, un aumento delle sezioni di queste pareti. A concludere la navata centrale un arco trionfale in pietra a vista, di gusto rinascimentale, rappresenta il principale elemento architettonico dell’interno della chiesa: caratterizzato da robusti pilastri corinzi dal fusto scanalato e capitelli che interpretano un po’ liberamente il corinzio, esso mostra un intradosso scolpito a cassettoni che reca in chiave la figura di un cherubino e composizioni di motivi vegetali alternati a rose in forte rilievo, elementi, questi ultimi, che rivelano la conoscenza dei più ricchi esempi delle arcate interne della chiesa della Consolazione di Todi o del Tempietto di Macereto. E alla stessa fase cinquecentesca, motivata dalla volontà di adeguarsi ai nuovi dettami del Concilio di Trento, dovrebbe essere attribuita anche la struttura della profonda abside quadrangolare, destinata ad accogliere gli stalli del coro del Capitolo Collegiale; tranne che per la copertura, una volta a spicchi su base ottagonale, con incasso centrale, raccordata al rettangolo tramite pennacchi cui parrebbe più consona una datazione al XVIII secolo (fig. 5).</p>
<p>Tornando all’esterno, ed osservando la facciata occidentale, non si può fare a meno di considerarne la non felice proporzione, trattandosi di una lunga parete corrispondente a ben cinque navate. Priva della scansione offerta da un ordine architettonico9, essa appare limitata alle estremità da due pilastri angolari in pietra a vista in lieve risalto e conclusa dalla sottolineatura di una doppia fascia, pure in pietra a vista, sormontata da un’elegante cornice e interrotta da due oculi ellittici – evidente aggiunta successiva – posti simmetricamente ai lati di un oculo circolare centrale (fig. 6). Che quest’ultimo possa essere appartenuto alla fabbrica quattrocentesca appare improbabile, dal momento che la sua decorazione decisamente classica – ovuli e foglie di acanto finemente scolpite – parrebbe più pertinente alla metà del Cinquecento. Di notevole interesse il portale, avvicinabile ad alcuni esemplari di palazzi civili aquilani e sulmonesi per il suo schema, nel quale è stata riconosciuta un’evoluzione del tipo durazzesco del primo Quattrocento napoletano10, diffuso in altre regioni meridionali, Sicilia compresa11. Un vano rettangolare, sormontato da lunetta, è fiancheggiato da lesene corinzie scanalate e colonnine dal fusto liscio che raggiungono l’altezza di una cornice d’imposta comune anche all’architrave, sorretto da mensole. La sovrastante lunetta è a sua volta inquadrata da basse lesene, pure di ordine corinzio, dai fusti segnati da incassi e dai capitelli di un gusto tardoquattrocentesco lombardo, a sostenere una trabeazione nel cui fregio è incisa l’iscrizione A. D. 1558; nei pennacchi dell’arco, a somiglianza dei prototipi durazzeschi già ricordati, due scudi a testa di cavallo, ornati da nastri volitanti, recano rispettivamente incise le iniziali A e M, abbreviazione di Ave Maria (fig. 7).</p>
<p>Completano le aperture della facciata due finestre con stipiti ribattuti e mensole ribaltate, fregio e cornice risaltanti in corrispondenza degli stipiti, frontoni triangolari di coronamento: un disegno di carattere settecentesco, che richiama qualche esempio aquilano, per il quale non sembra accettabile la data 1564 proposta. Si tratta evidentemente di una modifica di aperture precedenti, forse contemporanea all’apertura delle finestre absidali12, volta al miglioramento dell’illuminazione delle navate. Mentre, delle finestre originarie, potrebbe essere rimasta testimonianza negli ornamenti scolpiti sottostanti i davanzali. Nei rispettivi fregi le finestre recano le iscrizioni: MARIA VIRGO e A SVMPTA I.</p>
<p>Alla stessa impostazione della occidentale corrisponde il disegno della facciata settentrionale (fig. 8): di più snelle proporzioni, presenta anch’essa pilastri angolari e fasce di coronamento sormontate da cornice. Oltre all’oculo ellittico centrale, ai lati del portale si affiancano semplici finestre rettangolari, esito anch’esse, a mio parere, di modifiche settecentesche, se non ancora più tarde13. Si è già accennato al portale quattrocentesco qui ricollocato: per il suo schema esso è stato avvicinato ad esempi aquilani e di Cittaducale, e in particolar modo alla Porta Santa della Basilica di Collemaggio14; il gusto decorativo al quale il portale di Pescocostanzo si ispira rivela tuttavia la sua più tarda esecuzione.</p>
<p>A completare la fabbrica fu aggiunta intorno al 1595 la sacrestia e negli anni 1691-1694 la Cappella del Sacramento; mentre il campanile, forse di origine quattrocentesca, subì diverse trasformazioni, fino all’attuale sistemazione, conclusa nel 185515.</p>
<p>Adriano Ghisetti Giavarina</p>
<p>Note</p>
<p>1 Per una dettagliata ricostruzione storica delle diverse fasi costruttive v. soprattutto: F. Sabatini, La regione degli altopiani maggiori d’Abruzzo. Storia di Roccaraso e Pescocostanzo, Genova 1960, pp. 62-63, 110-112, 180-189. 2 L. De Padova, Memorie intorno alla origine e progresso di Pescocostanzo, Monte Cassino 1866, pp. 23-24. 3 G. Magri, D. Molin, Il terremoto del dicembre 1456 nell’Appennino centro-meridionale, Roma 1984, p. 133; B. Figliuolo, Il terremoto del 1456, Altavilla Silentina (SA) 1989, vol. II, p. 124. 4 De Padova, op. cit., p. 113. 5 Ibidem, pp. 72-75; L. Benevolo, L’arredamento barocco di S. Maria del Colle a Pescocostanzo, in “Quaderni dell’Istituto di Storia dell’Architettura”, n. 5 &#8211; 1954, p. 3. 6 De Padova, op. cit., p. 115. Ritengo che dopo questi lavori si poté aprire l’oculo. 7 Contrariamante ad ipotesi formulate in Sabatini, op. cit., p. 111. 8 Disegno pubblicato in: A. Del Bufalo, L’architettura religiosa, in Pescocostanzo. Città d’arte sugli Appennini, a cura di F. Sabatini, Pescara 1992, p. 110.  9 Cfr., per la descrizione di questo tipo di facciate, C. Palestini, Modulo e proporzione nel disegno delle facciate a coronamento orizzontale in Abruzzo: l’esempio di Santa Maria Assunta di Atri, in “Opus. Quaderno di Storia dell’Architettura e Restauro”, 5 – 1996, p. 77 e 103. 10 I. C. Gavini, Storia dell’architettura in Abruzzo, Milano – Roma s. d. [ma 1928], pp. 317-318 e 321; v. anche: M. Moretti, M. Dander, Architettura civile aquilana dal XIV al XIX secolo, L’Aquila 1974, p. 93; F. Sulpizio, Palazzi rinascimentali dell’Aquila, in Architettura del classicismo tra Quattrocento e Cinquecento. Puglia Abruzzo, a cura di A. Ghisetti Giavarina, Roma 2006, p. 136. 11 [Anonimo], Rassegna fotografica di portali siciliani, in “Lexicon. Storie e architettura in Sicilia”, n. 5/6 – 2007/2008, pp. 90-91 e 93. 12 Forse, per tali finestre, converrebbe una data di qualche anno successiva al 1742, momento del completamento dei soffitti delle navate mediane attestato da iscrizioni ivi apposte (Sabatini, op. cit., p. 203, n. 132). All’interno della finestra a sinistra dell’ingresso è sviluppata la decorazione a stucco del sottostante altare di S. Elisabetta, attribuito a Gian Battista Giani e Francesco Ferradini (V. Casale, Fervore d’invenzioni e varietà di tecniche nell’età barocca, in Pescocostanzo. Città d’arte…, cit., pp. 193-194) e databile agli anni Cinquanta del XVIII secolo; e si direbbe che, per consentire l’apertura della stessa finestra, siano state in parte tagliate le modanature che incorniciano il soffitto ligneo. 13 La chiesa subì un restauro generale negli anni 1854-1859 (Sabatini, op. cit., p. 182). 14 Gavini, op. cit., p. 188. 15 Sabatini, op. cit., pp. 181-182.</p>
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