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	<title>Rivista Abruzzese &#187; Lia Giancristofaro</title>
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	<description>Rassegna trimestrale di cultura</description>
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		<title>Antropologia medica ed etnopsichiatria</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Nov 2018 10:57:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Abruzzese]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[lezioni dall&#8217;obitorio copertina  Alfonso M. di Nola, Lezioni dall’obitorio. Saggi di antropologia medica ed etnopsichiatria, a cura di Ireneo Bellotta e Giovanni Pizza, Centro Studi Tradizioni Popolari “Alfonso M. di Nola, Cocullo, Edizioni di Rivista Abruzzese, Lanciano 2017. Il titolo&#8230; <a href="http://www.rivista-abruzzese.it/antropologia-medica-ed-etnopsichiatria/" class="more-link">Continue Reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rivista-abruzzese.it/wp-content/uploads/2018/11/lezioni-dallobitorio-copertina.pdf">lezioni dall&#8217;obitorio copertina</a>  Alfonso M. di Nola, <em>Lezioni dall’obitorio. Saggi di antropologia medica ed etnopsichiatria</em>, a cura di Ireneo Bellotta e Giovanni Pizza, Centro Studi Tradizioni Popolari “Alfonso M. di Nola, Cocullo, Edizioni di Rivista Abruzzese, Lanciano 2017. Il titolo del volume è «tetro, ma adatto a pensare» (Di Nola, 1988): esso innanzitutto sottolinea la necessità di superare quel riduzionismo anatomo-patologico che pervade in modo molecolare la visione biomedica e psichiatrica della persona; inoltre, evoca una visione transculturale della morte, non riducibile ad evento puntiforme, ma concepibile come momento di passaggio, come elaborazione culturale di amore per la vita (Pizza, p. 23), come sprone all’impegno per i vivi. Questo titolo, nel 1988, venne scelto dallo stesso Di Nola allorquando, celebre antropologo e storico delle religioni, intendeva sviluppare e pubblicare i suoi innovativi materiali del corso di Etnopsichiatria tenuto al Perfezionamento in Psichiatria del Policlinico di Napoli. Quell’opera non venne mai alla luce. Nel ventennale della scomparsa di Di Nola, avvenuta nel 1997, i due allievi si sono attivati per testimoniare lo straordinario percorso di antropologia medica ed etnopsichiatria di cui, in piena autonomia scientifica, il compianto maestro aveva posto le basi, elevandosi a co-fondatore di questa disciplina in Italia insieme a Tullio Seppilli. Nel 1998, mentre il campo specifico (e fondamentale) dell’antropologia medica si andava finalmente delineando anche in seno ai corsi di laurea in medicina e scienze infermieristiche, Ireneo Bellotta e Giovanni Pizza cominciarono a repertoriare la vasta bibliografia dinoliana di pertinenza etnopsichiatrica e antropologico-medica, schedando ben 173 titoli scientifici e centinaia di interviste, elzeviri e interventi di critica culturale sui rapporti tra biomedicina, religiosità popolare, Chiesa e Stato nell’Italia contemporanea. Nel presente volume, i due curatori hanno raccolto e presentato i 18 saggi che, pubblicati dal 1974 al 1994 (un articolo è uscito postumo, nel 2004) su testate e volumi di rilievo nazionale, meglio rappresentano la linea del corso di Etnopsichiatria tenuto a Napoli. Gli scritti sono sicuramente in grado di riattivare il dibattito scientifico su questa complessa figura di studioso. L’approccio dinoliano, infatti, disarticola sia il concetto di <em>medicina occidentale</em>, relativizzato come sistema culturale, sia il concetto, tanto caro ai demologi, di <em>medicina popolare</em>, ridefinita come «medicina tradizionale delle classi subalterne» (nel saggio <em>La medicina popolare, questioni di metodo</em>). Infatti, il carattere catalogante della documentazione raccolta dai demologi tra Ottocento e Novecento (sovente medici, si pensi a Finamore e a Pitrè) rispecchia la forma ordinativa delle malattie elaborata dalla medicina ufficiale, secondo quella dicotomia cartesiana e galileiana che, dividendo i mali riguardanti il corpo dai mali riguardanti la mente, e appoggiando il successo della cura alla sua verificabilità empirica, si oppone ad una visione integrata e bio-culturale dell’essere umano, emergente proprio dai resoconti etnografici, una volta che essi vengano liberati dalla classificazione deterministica ed essenzializzante. Per Di Nola, dunque, i saperi e le pratiche della cosiddetta <em>medicina popolare</em> contengono una divergenza cognitiva ed epistemologica rispetto alla cosiddetta medicina ufficiale, dal cui giudizio bisogna prescindere se si vogliono individuare certe particolari e irriducibili forme di organizzazione della conoscenza intorno a corpo, salute e malattia. Limitarsi alla fenomenologia fisiologica e biologica, escludere l’efficacia simbolica del rituale, ignorare la dimensione religiosa del credere e ogni altro prodotto culturale che sia stato elaborato storicamente per trascendere la natura e le conflittualità di un contesto sociale, significa ridurre lo spessore dell’approccio medico, diminuire l’attenzione verso le forme di vita diverse, ma interne al Paese. In conclusione, attraverso i saggi qui presi in esame, Di Nola ha riletto in modo del tutto inusuale, per l’epoca in cui scriveva e pubblicava, certi fenomeni rituali circoscritti e già segnalati nell’ambito della cosiddetta medicina popolare italiana (dalla pesatura all’esorcismo, dallo scongiuro al pellegrinaggio, dal lutto al digiuno), elevandoli a strumento di critica politica della modernità e delle sue istituzioni, secondo quella prospettiva scientifica che, inaugurata da Ernesto De Martino ne <em>La fine del mondo</em> (1977, postumo), interpreta il comportamento magico-religioso come elemento di connessione tra apocalissi culturali e apocalissi psicopatologiche. Come sottolineano i curatori, l’opera dinoliana necessiterà di ulteriori attenzioni e riletture (p. 22), sia per chiarire la portata del contributo, sia per evidenziare le dinamiche dei quadri concettuali che sono stati definiti. Trent’anni fa lo studioso, nelle sue indimenticabili e affollate lezioni a Napoli, interagiva con la potenza negativa dell’obitorio per attivare, in modo squisitamente bio-culturale, la riflessione critica degli allievi, aprendo loro nuovi orizzonti. Oggi, gli strumenti politici dell’antropologia pubblica, individuati e sperimentati grazie a quella straordinaria apertura di orizzonti, riempiono di significato l’assenza dello studioso e aiutano quanti lo hanno conosciuto e apprezzato a interagire con la sua mancanza, trasformandola in un impegno nella conoscenza e nella protezione dell’alterità culturale. <em>(Lia Giancristofaro)</em></p>
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		<title>Galateo abruzzese</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Jul 2015 16:12:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Abruzzese]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Galateo Abruzzese. Dai teleschermi alla libreria. In seguito alle richieste dei telespettatori della trasmissione “Buongiorno Regione” della Rai, l’Editrice Rivista Abruzzese ha pubblicato i proverbi di Lia Giancristofaro, etnologa, trasmessi dallo scorso gennaio nel nuovo appuntamento informativo della Testata Giornalistica&#8230; <a href="http://www.rivista-abruzzese.it/galateo-abruzzese/" class="more-link">Continue Reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rivista-abruzzese.it/wp-content/uploads/2015/07/Galateo_Anteprima.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-200" src="http://www.rivista-abruzzese.it/wp-content/uploads/2015/07/Galateo_Anteprima-214x300.jpg" alt="Galateo Abruzzese" width="214" height="300" /></a></p>
<blockquote><p><strong>Galateo Abruzzese.</strong></p></blockquote>
<p>Dai teleschermi alla libreria. In seguito alle richieste dei telespettatori della trasmissione “Buongiorno Regione” della Rai, l’Editrice Rivista Abruzzese ha pubblicato i proverbi di Lia Giancristofaro, etnologa, trasmessi dallo scorso gennaio nel nuovo appuntamento informativo della Testata Giornalistica Regionale, in onda dal lunedì al venerdì, dalle 7.30 alle 8.00.<br />
Il volume si intitola Galateo Abruzzese. Proverbi dialettali in tv e racchiude i 400 detti che la Giancristofaro, ogni settimana, legge in dialetto, nella traduzione italiana, e poi commenta. Alla prefazione di Domenico Logozzo, Caporedattore del Tg regionale, segue un breve saggio scientifico dell’autrice in cui si spiegano i motivi di questo “ritorno di fiamma” del dialetto e della saggezza popolare. I 400 proverbi vogliono rappresentare i 3 principali dialetti abruzzesi e l’identità regionale che, dopo il duro colpo del terremoto del 2009, cerca nuova linfa nei suoi valori tradizionali, attualizzati e riletti alla luce del tempo presente.</p>
<hr />
<p><a href="http://lnx.rivista-abruzzese.it/wordpress/sociologia/">Vedi tutti i volumi della stessa collana</a></p>
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		<title>Il folkolore popolare abruzzese: dai modelli del passato alla postmodernità</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Jul 2015 15:20:46 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il folkolore popolare abruzzese: dai modelli del passato alla postmodernità Questo libro, lungi dall’essere una summa del folklore abruzzese, vuole rappresentare un approccio critico alla sua conoscenza e inserirsi nelle problematiche relative ai processi di mutazione culturale di una regione&#8230; <a href="http://www.rivista-abruzzese.it/folklore-abruzzese/" class="more-link">Continue Reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rivista-abruzzese.it/wp-content/uploads/2015/07/Quaderni57.jpg"><img class="wp-image-99 size-medium" src="http://www.rivista-abruzzese.it/wp-content/uploads/2015/07/Quaderni57-199x300.jpg" alt="Dai modelli del passato alla postmernità. Autore: Lia Giancristofaro" width="199" height="300" /></a></p>
<blockquote><p>Il folkolore popolare abruzzese: dai modelli del passato alla postmodernità</p></blockquote>
<p>Questo libro, lungi dall’essere una summa del folklore abruzzese, vuole rappresentare un approccio critico alla sua conoscenza e inserirsi nelle problematiche relative ai processi di mutazione culturale di una regione attraversata nell’ultimo cinquantennio da fenomeni sociali quali l’emigrazione, l’industrializzazione, la diffusione della cultura di massa e l’omologazione dei valori su una scala nuova: quella dell’individualismo che, esaltando la libertà dell’individuo a scapito della dimensione collettiva, si fonda sull’ottimistica convinzione che solo il possesso del danaro possa realizzare l’uomo. Una convinzione, questa, che, degenerando nel trasferimento delle valenze culturali nei beni di consumo, anche in Abruzzo ha provocato una decisa soluzione di continuità rispetto al modello precedente (la tradizione), rapidamente soppiantato dalla prepotente affermazione di nuovi significati, nuove percezioni, nuovi modi di relazionarsi, in una libertà singolare che, basandosi sull’assenza di limiti, sul disinteresse verso il tessuto sociale e sul conformismo, è certamente precaria e illusoria per la sua sudditanza ai modelli e ai consumi imposti dal mercato.</p>
<hr />
<p>Infatti, insito al nuovo schema di riassestare caoticamente la normazione sociale e di improvvisare quotidianamente il proprio presente, è lo stereotipo che predica la rottura della trasmissione della tradizione ai fini di una violazione totale che, anziché tradurre la volontà soggettiva consapevole e razionale (quindi individualistica), esprime il più delle volte povertà critica e passività mentale, cioè l’operatività totale dell’uso del momento: la moda, la quale obbliga all’inseguimento frenetico e dolente di un gusto passeggero e mutevole ma talmente condiviso da far sentire inadeguato chi non vi si uniformi, proprio come accadeva, nel modello tradizionale, a chi non avesse condiviso i valori del gruppo (per esempio, ereditare il mestiere paterno, sposarsi con una donna di pari condizioni, allevare numerosa prole, vivere in modo frugale in modo da accantonare risorse per le necessità). Dunque, i più elementari automatismi mentali della tradizione, sotto mentite spoglie, continuano ad operare e rafforzarsi proprio mentre gli abruzzesi, sotto persuasive luci della ribalta, a fatti e a parole si dichiarano futuristi, innovativi e… antitradizionalisti. La pericolosità di questa situazione non risiede certo nell’umano reiterarsi dei comportamenti popolari, quanto, invece, nell’essere il linguaggio della moda miseramente orizzontale, poiché, a differenza della tradizione, si autofinalizza e si autoconfina nella piatta dimensione esistenziale del consumo presente: la moda, anche quando guarda al passato (si pensi alla citazione dei costumi antichi o vintage), lo fa al puro scopo di cannibalizzarne il significato, come un qualsiasi oggetto di consumo.<br />
Dunque il linguaggio del tempo presente, nonostante offra maggiori opportunità di benessere, si caratterizza per la mancanza di spazi evocativi, veicolati e rappresentati ipso sensu dalla tradizione; perciò in Abruzzo i nostalgici, specie se anziani, lamentano che esso conduce a sfiducia esistenziale, solitudine e senso di provvisorietà, da cui non si trova altra via d’uscita se non riproporre lo sterile stereotipo del si stava meglio quando si stava peggio. Noi, invece, per riordinare la matassa proponiamo una soluzione diversa: lo studio, l’analisi, la paziente ricerca dei fili conduttori di questa complessa ed intricata rete di significati.<br />
Il primo collegamento è immediato: cosa rende superiore l’espressione sociale decaduta (la tradizione) a quelle che l’hanno prepotentemente sostituita? La tradizione, così come la moda, è un’espressione della cultura; ma, in più, essa fa parte del logos, cioè della parola mista alla lingua o anche religione. La tradizione è, quindi, l’umano conato a connettersi alla rete simbolica, visibile e invisibile, sensibile e soprasensibile, verticale oltre che orizzontale la quale, da millenni e millenni, sostiene l’umano divenire. L’uomo, il cui senso è nella circostanza, è vincolato alla continuità, la quale si innalza ad unico strumento per controllare il principio del tempo: un principio vitale ma mortifero, in quanto funge da artefice culturale del divenire umano e, insieme, da suo distruttore biologico. Tanto fondante è, per l’uomo, questo principio che la chiave culturale della tradizione passata è stata spesso percepita come una legge naturale: erroneamente, perché nessuna tradizione esiste in natura, e tutte sono il frutto delle umane circostanze.<br />
La tradizione è dunque quel principio mutabile che esclude l’autonomia assoluta ed egocentrica del presente: infatti, è sul senso della continuità che si crea il progresso, inteso come innovazione e superamento di visioni del mondo non più aderenti alle circostanze. Ma come possiamo informare di noi il futuro, se nel presente non ci informiamo del passato? Come si può identificare il dopo, se si smarrisce il prima? E’ questo il pericoloso guasto del cambiamento culturale, in Abruzzo come altrove. Distruggere la continuità della tradizione significa disorientarsi, lasciando che il vuoto venga colmato da ideologie funzionali a supplire il deficit dei riferimenti.<br />
Un bisogno affettivo verso la tradizione, allora, nel popolo si fa ancora sentire come inconscio desiderio di genuinità e trasparenza, di relazioni sociali affidabili perché temprate dal tempo, di un mondo naturale ed archetipico libero dalla schiavitù del denaro e del consumo. La reliquia storica, però, congelata in stereotipi mistificanti, viene riproposta al pubblico secondo i canoni dell’attualità, cioè proprio secondo la stessa logica del profitto che della tradizione ha sancito l’improduttività, l’antieconomicità, la morte: in pratica i nonni, strappati all’ormai individualistico tessuto familiare e relegati negli istituti, televisivamente rientrano nella narcisistica e amara solitudine della casa moderna tramite il veicolo pubblicitario che della cucina della nonna esalta la superiorità. Alla schiera dei cadaveri della tradizione, imbalsamati e riproposti quali meri simulacri svuotati di contenuti, appartengono anche le rievocazioni in costume, gli agriturismi, le sagre, gli spettacoli folkloristici: per una inquietante superficialità nel relazionare il prima e il dopo, il periodo storico, cioè quello di un Abruzzo tardo-ottocentesco o magari medievale, la cui mentalità è effettivamente sconosciuta ai contemporanei, viene elevato a norma metastorica ed archetipica.<br />
Ecco da cosa nasce il presente tentativo di riallacciare in modo realistico il filo spezzato ai contenuti della nostra storia, di razionalizzare i confusi piani temporali della civiltà dell’immagine, di costruire il futuro su un’esplorazione consapevole delle radici: un campionario di saggi e articoli, scritti dai maggiori studiosi della vita tradizionale abruzzese, fornisce l’opportunità di accostarsi in modo scientifico all’intricata rete di contestualità diverse di cui si è alimentata la tradizione popolare abruzzese. Rielaborare i valori e le testimonianze del passato è fondamentale per leggere criticamente il presente e per ristabilire un equilibrio in particolare a livello urbano, dove la vita e le abitudini sono state talmente stravolte che i giovani si sottopongono con credulità disarmante ad un massiccio bombardamento di emozioni virtuali. Senza inquinarsi di retorica e suggestioni, si noterà tanto che agli eccessi di oggi si contrappone la minimalità della tradizione, quanto che la precarietà e le insicurezze del nostro grande mondo sono state precedute dalle grandi certezze di un universo antropologico microscopico, i cui orizzonti erano limitati al paese.<br />
Dunque, lo studio del cambiamento culturale in Abruzzo rappresenta l’occasione per riflettere in generale sul cambiamento culturale e sulle reiterazioni dell’atteggiamento tradizionale popolare. Da parte di chi scrive, d’altronde, ogni impegno in tale direzione è motivato dalla grande fiducia verso le scienze socio-antropologiche, le uniche in grado di evidenziare e isolare, nello svuotamento d’ideali e nella crescente microconflittualità, un inquietante rafforzamento di certezze erronee prima che esse si rapprendano in nuovi totalitarismi e prima che vengano irrimediabilmente armate dalla tecnologia</p>
<hr />
<p><a href="http://lnx.rivista-abruzzese.it/wordpress/quaderni/">Vedi tutti i quaderni</a></p>
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		<title>La salsa siamo noi.</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Jul 2015 10:54:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La Salsa siamo noi. La produzione casalinga come patrimonio culturale. Si tratta del resoconto di una ricerca qualitativa e auto-finanziata condotta in Italia e presso le comunità italiane all’estero. Secondo l’Autrice, dietro la dieta mediterranea &#8211; salvaguardata dall’Unesco per la&#8230; <a href="http://www.rivista-abruzzese.it/la-salsa-siamo-noi/" class="more-link">Continue Reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_37" style="width: 201px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.rivista-abruzzese.it/wp-content/uploads/2015/07/Salsa.jpg"><img class="wp-image-37 size-medium" src="http://www.rivista-abruzzese.it/wp-content/uploads/2015/07/Salsa-191x300.jpg" alt="La salsa siamo noi - Lia Giancristofaro" width="191" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">La produzione casalinga come patrimonio culturale</p></div>
<blockquote><p><strong>La Salsa siamo noi.</strong><br />
La produzione casalinga come patrimonio culturale.</p></blockquote>
<p>Si tratta del resoconto di una ricerca qualitativa e auto-finanziata condotta in Italia e presso le comunità italiane all’estero. Secondo l’Autrice, dietro la dieta mediterranea &#8211; salvaguardata dall’Unesco per la sua salubrità, per la sua sostenibilità ambientale e per il suo valore di civiltà &#8211; c’è principalmente la salsa di casa, ovvero una pratica intangibile, creativa e anonima che si tramanda di generazione in generazione nelle case, nelle cantine e nei garage dei nostri paesi. Questa produzione domestica e familiare parla un linguaggio solare e facilita le relazioni, cura la persona &#8211; la salubrità e l’economicità del pomodoro sono scientificamente dimostrate &#8211; e protegge la sua unità inscindibile di anima e corpo: se ognuno è ciò che produce, se ognuno è ciò che consuma, le bottiglie di salsa casalinga sono le persone che le hanno prodotte e portano le loro stesse caratteristiche. Questa produzione autonoma esprime un mondo domestico e accettabile, un valore condivisibile, uno sviluppo sostenibile che merita di essere conosciuto e valorizzato, per il bene delle future generazioni di italiani nei quali si tramanda il rito della salsa.</p>
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<p><a href="http://lnx.rivista-abruzzese.it/wordpress/sociologia/">Vedi tutti i volumi della stessa collana</a></p>
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