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	<title>Rivista Abruzzese &#187; Heritage</title>
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	<description>Rassegna trimestrale di cultura</description>
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		<title>I Quaderni della Rivista Abruzzese dal 1974 al 2025: cinquant&#8217;anni di impegno intellettuale al servizio della società civile</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Jan 2025 20:57:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La collana dei Quaderni annovera oltre 120 titoli, frutto di studio e di critica intellettuale. Dalle poesie di Marcello Marciani del 1974 a quelle di Roberto Settembre del 2024. E dalle inchieste sociologiche di Eide Spedicato Iengo sugli anziani nelle&#8230; <a href="http://www.rivista-abruzzese.it/i-quaderni-della-rivista-abruzzese-dal-1974-al-2024-cinquantanni-di-impegno-intellettuale-al-servizio-dei-lettori/" class="more-link">Continue Reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><div id="attachment_617" style="width: 116px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.rivista-abruzzese.it/wp-content/uploads/2015/07/libro-troilo.png"><img src="http://www.rivista-abruzzese.it/wp-content/uploads/2015/07/libro-troilo.png" alt="Mario Troilo, 2024" width="106" height="150" class="size-full wp-image-617" /></a><p class="wp-caption-text">Mario Troilo, 2024</p></div>La collana dei Quaderni annovera oltre 120 titoli, frutto di studio e di critica intellettuale. Dalle poesie di Marcello Marciani del 1974 a quelle di Roberto Settembre del 2024. E dalle inchieste sociologiche di Eide Spedicato Iengo sugli anziani nelle campagne abruzzesi (1974) alle ricerche di Mario Troilo sulle memorie contadine (2024).   </p>
<p>Da cinquant&#8217;anni, al servizio della società civile.</p>
<p><div id="attachment_616" style="width: 201px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.rivista-abruzzese.it/wp-content/uploads/2015/07/libro-settembre.jpg"><img src="http://www.rivista-abruzzese.it/wp-content/uploads/2015/07/libro-settembre-191x300.jpg" alt="Roberto Settembre, 2024" width="191" height="300" class="size-medium wp-image-616" /></a><p class="wp-caption-text">Roberto Settembre, 2024</p></div> <a href="http://www.rivista-abruzzese.it/wp-content/uploads/2025/01/alicandri.jpg"><img src="http://www.rivista-abruzzese.it/wp-content/uploads/2025/01/alicandri-204x300.jpg" alt="alicandri" width="204" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-637" /></a></p>
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		<title>Emiliano Giancristofaro e la ricerca demologica abruzzese. A cura di Mariano Fresta</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Jul 2022 21:17:31 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>La letteratura folklorica abruzzese dell’Ottocento ha avuto due protagonisti: Gennaro Finamore e Antonio De Nino che, con i loro studi e le loro ricerche, hanno coperto quasi tutto il territorio della loro Regione, compreso quello della Sabina che oggi rientra amministrativamente nella Regione Lazio. Il loro lavoro di esplorazione ci permette oggi di conoscere gran parte della cultura popolare abruzzese.</p>
<p>Questo patrimonio di documentazione abruzzese è stato arricchito da ulteriori studiosi dalla fine dell’Ottocento al Novecento. Cosicché, per uno studioso come Emiliano Giancristofaro sarebbe stato difficile rintracciare territori ancora non investigati. Ma, sa se tutto (o quasi tutto) era stato scoperto e reso pubblico, restava da fare il lavoro forse più importante, quello di togliere i risultati di quelle ampie ricerche otto-novecentesche dall’ambito del pittoresco e liberarli da quel rivestimento di spiegazioni e interpretazioni dettate da un positivismo talora pesantemente meccanicistico. (&#8230;) C’era, dunque, da demolire quell’idea, molto radicata nell’opinione pubblica, di una regione primitiva e che è racchiusa e compendiata nella famigerata espressione “Abruzzo forte e gentile”.</p>
<p>Tutto quel materiale, raccolto e interpretato alla luce delle teorie ottocentesche, applicate spesso in maniera impropria, doveva essere rivisitato per ridargli, con una corretta analisi storica, la dignità di cultura. A me sembra che la lunga attività nel campo della demologia condotta da Emiliano Giancristofaro abbia assolto proprio questa funzione di disincrostare il folklore abruzzese da quella patina di positivismo e soprattutto di liberarla da quell’atmosfera di cui il dannunzianesimo l’aveva circondata.</p>
<p>La produzione scientifica di Emiliano Giancristofaro si è protratta per oltre un cinquantennio: essa è molto vasta e studia, se non la totalità, una gran parte dei fenomeni folklorici di tutto l’Abruzzo. Si tratta di testi in cui sono confluiti sia gli apporti originali frutto delle ricerche personali svolte sul terreno, sia parte del materiale raccolto dai maggiori studiosi di folklore abruzzese, come il Finamore e il De Nino, sia i lavori di altri ricercatori contemporanei, meno famosi ma non meno importanti. Il suo curriculum, insieme con la sua vasta bibliografia, è testimone della varietà dei temi trattati e dell’assidua e lunga attività di ricercatore ed esploratore del mondo abruzzese. Discutere tutte le pubblicazioni sarebbe troppo lungo, qui ci si limita ad esaminare quei lavori che lo stesso Autore ha ritenuto più importanti e che ha riunito in volumi omogenei. (&#8230;)</p>
<p>Per spiegare certi fenomeni del folklore locale, sconcertanti per chi appartiene ad un mondo culturalmente lontano, Giancristofaro si rifà, oltre che al Finamore, a Lévi-Strauss e a De Martino, del quale riporta alcuni passi: «Si tratta di testimonianze di stagnazioni, di arresti, di insuccessi dell’espansione del processo culturale nelle sue forme più consapevoli, di guisa che c’è tanto poco da compiacersi di un folklore religioso “ricco” quanto di una persona che va in giro con un vestito a brandelli e pieno di toppe. Il panorama religioso della società meridionale è appunto di questo tipo: vi si ritrova di tutto un poco, in una caotica mescolanza che abbraccia, al di là del cattolicesimo ufficiale, le varie sfumature del cattolicesimo popolare, i diversi compromessi pagano-cattolici e, infine, i relitti più o meno logori della civiltà religiosa del mondo antico». Su una vasta campagna di inchieste si fonda la ricca documentazione sul fenomeno dell’epilessia, la cui diffusione secondo Giancristofaro si deve alla credenza, alimentata a fine di lucro, che si tratti non di malattia ma di opera del demonio, per la quale diventa obbligatorio il ricorso, dietro compenso, dell’esorcista. Per lui, invece, il fenomeno ha a che fare con una «forma di religiosità e di magia come testimonianza delle sopravvivenze di un passato miserabile». Ancora qui si sente l’influenza di De Martino, perché il fenomeno dell’epilessia appare simile a quello del tarantolismo. (&#8230;) Sono parole su cui si può anche concordare, ma, dette con mentalità militante, esprimono concetti propri di persona politica piuttosto che di un demologo; esse, tuttavia, hanno il pregio di non relegare il folklore nell’ambito del pittoresco o di ripensarlo nostalgicamente. (&#8230;)</p>
<p>Tra le superstizioni più diffuse, il “malocchio” è quello che caratterizza tutta la regione, come mostrano la molteplicità delle testimonianze relative e la miriade delle formule di scongiuro raccolte in diverse località. Le notizie collezionate da Giancristofaro evidenziano come molte credenze superstiziose siano profondamente radicate nella cultura popolare abruzzese e persistenti ancora in epoca odierna: a tal proposito è riportata la vicenda, paradossale, di una signora che da una località abruzzese riesce a togliere il malocchio (in questo caso concretizzatosi in un mal di testa) ad una persona che si trova a Roma, aiutandosi con la tecnologia moderna. (&#8230;) La trattazione degli argomenti è sempre semplice e lineare, ma nello stesso tempo dotta, perché i riferimenti culturali di Giancristofano spaziano nel tempo e nello spazio, andando dalla civiltà greco-romana, al pensiero dei libertini e degli illuministi, fino alle teorie scientifiche del mondo moderno; e non dimenticando mai la sua formazione di letterato. L’indagine vasta e approfondita e il continuo ricorrere alla storia culturale senza dubbio riescono a raggiungere quegli scopi che l’Autore si era prefisso, cioé togliere alle “superstizioni” quella patina di pittoresco che spesso riveste queste manifestazioni, far dimenticare l’idea dell’Abruzzo “forte e gentile” e soprattutto restituire al folklore della regione la sua qualità di cultura popolare.</p>
<p>L’opera di Giancristofaro, oltre ad una visione globale della cultura tradizionale abruzzese, mette in mostra la padronanza della materia che è discussa con una scrittura agile, corroborata, ma per nulla appesantita, da una profonda cultura classica, cui si unisce una notevole varietà di letture storiche, letterarie, sociologiche e antropologiche. E soprattutto è pregevole il fatto che il folklore non è visto come un fenomeno chiuso in sé, immutabile nel tempo, in quanto c’è sempre un confronto tra il passato ed il presente, tra le tradizioni da una parte, e la cultura di massa della modernità, dall’altra. Nei confronti della cultura popolare tradizionale si può dire che in Giancristofaro non c’è nostalgia; a volte, semmai, c’è un po’ di rammarico, non tanto per la perdita del mondo folklorico, quanto per la scomparsa del senso di solidarietà e di rispetto umano che lo caratterizzava.</p>
<p>Mariano Fresta (articolo pubblicato nei fascicoli 1 e 2 del 2022)</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Guerra e Resistenza in Abruzzo nei ricordi di Francesco Sabatini, linguista e presidente emerito dell’Accademia della Crusca. A cura di Maria Rosaria La Morgia</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Feb 2021 13:16:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[«Ho ancora nelle orecchie il vociare del mercato di Piazza Garibaldi, delle contadine che richiamavano l’attenzione sui loro prodotti e che, a un certo punto, variavano il grido con altri messaggi: Paparùolə, paparùolə…Ciii’, vann’acchiappènnə. Paparùolə, paparùolə…Ciii’, vann’acchiappènnə. Prima il richiamo&#8230; <a href="http://www.rivista-abruzzese.it/guerra-e-resistenza-in-abruzzo-nei-ricordi-di-francesco-sabatini-linguista-e-presidente-emerito-dellaccademia-della-crusca-a-cura-di-maria-rosaria-la-morgia/" class="more-link">Continue Reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>«Ho ancora nelle orecchie il vociare del mercato di Piazza Garibaldi, delle contadine che richiamavano l’attenzione sui loro prodotti e che, a un certo punto, variavano il grido con altri messaggi:<em> Paparùol</em><em>ə</em><em>, paparùol</em><em>ə</em><em>…Ciii’, vann’acchiappènn</em><em>ə</em><em>. Paparùol</em><em>ə</em><em>, paparùol</em><em>ə</em><em>…Ciii’, vann’acchiappènn</em><em>ə</em>. Prima il richiamo sui peperoni, e poi l’avviso, con voce più stridula e una prolungata pronuncia della <em>i</em>, “Ciccio, vanno rastrellando!». E ricordo che subito si notava (dall’alto del nostro balcone) qualche persona che si allontanava dalla piazza andando verso il Borgo Pacentrano (<em>lu Bruìtt</em><em>ə</em>), un dedalo di vicoli nel quartiere orientale di Sulmona, dove evidentemente aveva il suo nascondiglio. Eravamo lì dal 3 novembre del ’43, sfollati da Pescocostanzo e alloggiati nell’appartamento dei nonni materni, Scipione ed Emilia D’Eramo». Francesco Sabatini, linguista e presidente emerito dell’Accademia della Crusca – tra le numerose onorificenze conseguite ricordiamo la Medaglia d’oro del Presidente della Repubblica per la Cultura, l’Arte e la Scuola nel 1988 e la cittadinanza onoraria di Sulmona nel 1991 – va indietro nel tempo e dalla memoria fa emergere fatti, volti, voci degli anni della guerra. La sua famiglia, originaria di Pescocostanzo, viveva dall’autunno del 1940 a Roma, dove suo padre esercitava la professione di medico. D’estate tornava a Pescocostanzo. Il 10 giugno del ’40, il giorno in cui fu dichiarata la guerra, il piccolo Francesco si trovava a Sulmona con il padre, la madre e il fratello. «Eravamo scesi da Pescocostanzo perché mia madre rinnovava il suo vestiario da una modista in Piazza XX Settembre. Erano le 4 del pomeriggio e la piazza era gremita di gente, pronta per ascoltare dagli altoparlanti il discorso di Mussolini. Mentre mia madre misurava i suoi vestiti dalla modista, noi tre eravamo in un angolo della piazza, dove si trovava anche una pasticceria, nostra abituale meta a Sulmona. Così sentimmo l’intero discorso e quando questo si concluse con le parole “Abbiamo dichiarato la guerra all’Inghilterra” ci fu il fragoroso applauso dei ferventi fascisti. Accanto a noi s’era fermata una coppia di contadini e lui, quando sentì quelle parole, si rivolse alla moglie dicendole: <em>la uerr</em><em>ə</em><em>!!… chiss</em><em>ə</em><em> so’ pazz</em><em>ə</em><em>…jam</em><em>ə</em><em>cìnn</em><em>ə</em><em>, jamm</em><em>ə</em><em>! (</em>la guerra! costoro sono pazzi; andiamo via)».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Ma torniamo al 1943. Anche quell’estate avevate lasciato Roma per andare in vacanza a Pescocostanzo?</em></strong></p>
<p>«Sì, certo, dalla fine di giugno eravamo in paese. Ma i nostri genitori, il 19 luglio, erano tornati a Roma per impegni familiari e subirono il bombardamento mentre erano in treno alla stazione Prenestina. Salvi, l’indomani tornarono spaventati a Pesco. Il 25 luglio, giorno della caduta del Fascio, eravamo in paese, dove c’erano numerosi confinati slavi. Ricordo che all’improvviso ne sbucarono due, credo croati, due omoni, che con due grosse “mazze” (i martelli più pesanti) si lanciarono contro alcuni fasci di pietra. Poi il 27 agosto ci fu il primo bombardamento di Sulmona e da quella città arrivarono in paese molti sfollati, compresi i genitori di mia madre e una zia, che vennero a stare da noi. Dopo l’8 settembre, a qualche giorno di distanza, ci fu l’occupazione tedesca. La nostra casa fu requisita per metà da due ufficiali tedeschi e un loro attendente. Quest’ultimo, un giovane biondino (di cui ricordo il nome: “Miki Sizinski”, ma non so come si scrivesse), era addetto a pulire le armi, un’operazione che attraeva me e mio fratello. Una volta cavò dal portafogli e ci mostrò le foto di due bambini, saranno stati i suoi figli. Qualche sera, uno dei due ufficiali scendeva al nostro piano e scambiava una breve conversazione in francese con mio padre. Dopo un paio di settimane, di notte arrivarono altri reparti, i paracadutisti, e l’occupazione si fece molto più dura. Un reparto entrò di notte nella nostra casa, sfondando una porta nella strada laterale, arrivò nelle nostre stanze, prelevò nostro padre e lo trascinò per le scale gridando e puntandogli un mitra contro. Atterriti, guardavamo la scena dalla porta rimasta aperta. Scese dal piano di sopra uno degli ufficiali, si frappose tra l’arma e mio padre, allontanò i due nuovi arrivati e sussurrò alle orecchie di mio padre: <em>Pas bon, camarade! </em>Dunque: “costui è niente di buono”. Per giorni mio padre ripeté quelle parole. Ormai quella era zona di guerra: si era pienamente attivata la “Linea Gustav”, la grande barriera di resistenza degli occupanti tedeschi contro l’avanzata degli Angloamericani che risalivano dal Sud».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Quando e perché la sua famiglia decise di trasferirsi a Sulmona?</em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong>«Ai primi di novembre del ’43 fu ordinato lo sfollamento della popolazione di Pescocostanzo e degli altri paesi della zona. Come tanti, anche noi saremmo dovuti andare nei boschi delle nostre montagne, aspettando da un giorno all’altro gli Alleati. Questi erano già a Castel di Sangro, a 10 chilometri in linea d’aria, e si pensava che stessero per arrivare anche nei nostri paesi. La mattina del 3 novembre eravamo pronti per l’appuntamento, dietro il portone di casa. Ma il camioncino che doveva prelevarci non venne: fu quella la nostra salvezza. In realtà, gli Alleati non sfondarono il fronte e le operazioni durarono ben altri sette mesi! Coloro che si erano rifugiati nei boschi se la videro davvero brutta: braccati, costretti ad attraversare i campi minati e il fiume Sangro per raggiungere il territorio in mano agli Alleati. Noi invece fummo caricati da un camion tedesco, che raccoglieva gli ultimi rimasti in paese, per portarli verso L’Aquila o più a Nord, non si sa dove. Alcuni furono portati fino a Padova. Ma a Sulmona, durante una sosta del camion, riuscimmo a scappare e a rifugiarci dai nonni nella casa di Piazza Garibaldi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Dopo l’8 settembre del ’43 Sulmona era diventata uno dei centri più importanti per l’aiuto ai prigionieri alleati fuggiti dal campo di concentramento di Fonte d’Amore, in città c’era una organizzazione che li aiutava a nascondersi e poi ad attraversare la Maiella per raggiungere l’esercito anglo-americano. La zona di Borgo Pacentrano era il cuore di quest’attività. Scavando nella sua memoria quali volti e quali voci le tornano in mente?</em></strong></p>
<p>«Noi vivevamo nascosti perché girava voce che i reparti tedeschi cercavano gli sfollati da portare via. Non appena si sapeva di perquisizioni correvamo a nasconderci. Dalle finestre vedevamo le formazioni di aerei spuntare da dietro la Maiella e subito erano su Sulmona. Il loro rombo era un incubo. Il 2 febbraio (ahimè, ricordo bene le date!) vidi saltare in aria una villetta, che si trovava al di là dell’orto delle monache (di Santa Chiara), sul retro della casa dei miei nonni. E poi c’era, come ho detto, il vociare del mercato, i rastrellamenti, le fughe. E l’ultimo terribile bombardamento del 30 maggio mattina, quando gli Alleati cercarono di colpire il generale Kesselring in ritirata da Sulmona. Avevamo sentito parlare di una forma di resistenza in città, ma non sapevamo dell’organizzazione che aiutava i prigionieri e gli antifascisti ad attraversare la Maiella, non sapevamo perché non uscivamo mai, vivevamo reclusi in casa. Le scuole erano chiuse. Mio padre ci aveva affidati a una docente (la professoressa Santini) che ci faceva lezioni private. Io avrei dovuto frequentare la terza media e mio fratello il quarto ginnasio. A scuola saremmo tornati nell’autunno del ’44».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>In quei mesi si formarono molte bande partigiane e l’Abruzzo diventò terra di Resistenza armata e umanitaria. Nacque la Brigata Maiella al comando dell’avvocato Ettore Troilo che riuscì a conquistare la fiducia dei comandi inglesi. Nel giugno del ’44 i patrioti della Maiella furono i primi ad entrare a Sulmona e a liberarla. Li ricorda?</em></strong></p>
<p>«Dai balconi di piazza Garibaldi vidi arrivare persone in abito civile ma armati di fucili e mitra. Erano i Patrioti della Maiella, sì. Ricordo che catturarono un uomo ritenuto un fiancheggiatore dei tedeschi, il suo soprannome era Takmatràk (pare che il nome derivasse dal fatto che vantava il rumore della sua motocicletta). Ancora durante l’occupazione tedesca si era verificata una vicenda importante per la mia famiglia: il trafugamento della biblioteca di casa, tanto cara a mio padre. Le cose andarono così. Mio padre, medico appassionato di storia, paleografia, letteratura, sapendo che avrebbero raso al suolo il centro abitato di Pescocostanzo ( così si diceva, ma poi non fu), si rivolse alla Deputazione Abruzzese di Storia Patria per far giungere al comando tedesco la richiesta di non distruggere i libri. Fu convocato al Comando di Sulmona e un capitano lo rassicurò, promettendogli di chiamarlo per andare a scegliere i volumi da salvare. Nell’ aprile del ’44 vennero a prenderlo con una camionetta e ricordo che lui, prima di salire sul mezzo, ci abbracciò e ci disse: “Io vado per salvare quello che posso, chissà se ci rivedremo”. Per fortuna tornò sano e salvo, ma senza libri, perché la biblioteca era già stata portata via quasi per intero! Dopo la guerra, attraverso scambi di notizie con uno sconosciuto giovane tedesco ( Horst Wolf) che era entrato in corrispondenza con mio padre, altre indagini e rivelazioni acquisite da una indagatrice tedesca e dal bibliotecario Gűnter Richter, e con l’aiuto del prof. Harro Stammerjohann di Francoforte, e di sua moglie Stefana Sabin, giornalista, abbiamo scoperto che i libri erano finiti nella Biblioteca dell’Università di Magonza, da dove nel 1991 ce n’è stata riconsegnata una piccola parte». (L&#8217;intervista continua sul n. 1/2021)</p>
<p>&nbsp;</p>
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