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	<title>Rivista Abruzzese &#187; Filologia, linguistica e letteratura</title>
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	<description>Rassegna trimestrale di cultura</description>
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		<title>I Quaderni della Rivista Abruzzese dal 1974 al 2025: cinquant&#8217;anni di impegno intellettuale al servizio della società civile</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Jan 2025 20:57:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La collana dei Quaderni annovera oltre 120 titoli, frutto di studio e di critica intellettuale. Dalle poesie di Marcello Marciani del 1974 a quelle di Roberto Settembre del 2024. E dalle inchieste sociologiche di Eide Spedicato Iengo sugli anziani nelle&#8230; <a href="http://www.rivista-abruzzese.it/i-quaderni-della-rivista-abruzzese-dal-1974-al-2024-cinquantanni-di-impegno-intellettuale-al-servizio-dei-lettori/" class="more-link">Continue Reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><div id="attachment_617" style="width: 116px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.rivista-abruzzese.it/wp-content/uploads/2015/07/libro-troilo.png"><img src="http://www.rivista-abruzzese.it/wp-content/uploads/2015/07/libro-troilo.png" alt="Mario Troilo, 2024" width="106" height="150" class="size-full wp-image-617" /></a><p class="wp-caption-text">Mario Troilo, 2024</p></div>La collana dei Quaderni annovera oltre 120 titoli, frutto di studio e di critica intellettuale. Dalle poesie di Marcello Marciani del 1974 a quelle di Roberto Settembre del 2024. E dalle inchieste sociologiche di Eide Spedicato Iengo sugli anziani nelle campagne abruzzesi (1974) alle ricerche di Mario Troilo sulle memorie contadine (2024).   </p>
<p>Da cinquant&#8217;anni, al servizio della società civile.</p>
<p><div id="attachment_616" style="width: 201px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.rivista-abruzzese.it/wp-content/uploads/2015/07/libro-settembre.jpg"><img src="http://www.rivista-abruzzese.it/wp-content/uploads/2015/07/libro-settembre-191x300.jpg" alt="Roberto Settembre, 2024" width="191" height="300" class="size-medium wp-image-616" /></a><p class="wp-caption-text">Roberto Settembre, 2024</p></div> <a href="http://www.rivista-abruzzese.it/wp-content/uploads/2025/01/alicandri.jpg"><img src="http://www.rivista-abruzzese.it/wp-content/uploads/2025/01/alicandri-204x300.jpg" alt="alicandri" width="204" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-637" /></a></p>
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		<title>Emiliano Giancristofaro e la ricerca demologica abruzzese. A cura di Mariano Fresta</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Jul 2022 21:17:31 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>La letteratura folklorica abruzzese dell’Ottocento ha avuto due protagonisti: Gennaro Finamore e Antonio De Nino che, con i loro studi e le loro ricerche, hanno coperto quasi tutto il territorio della loro Regione, compreso quello della Sabina che oggi rientra amministrativamente nella Regione Lazio. Il loro lavoro di esplorazione ci permette oggi di conoscere gran parte della cultura popolare abruzzese.</p>
<p>Questo patrimonio di documentazione abruzzese è stato arricchito da ulteriori studiosi dalla fine dell’Ottocento al Novecento. Cosicché, per uno studioso come Emiliano Giancristofaro sarebbe stato difficile rintracciare territori ancora non investigati. Ma, sa se tutto (o quasi tutto) era stato scoperto e reso pubblico, restava da fare il lavoro forse più importante, quello di togliere i risultati di quelle ampie ricerche otto-novecentesche dall’ambito del pittoresco e liberarli da quel rivestimento di spiegazioni e interpretazioni dettate da un positivismo talora pesantemente meccanicistico. (&#8230;) C’era, dunque, da demolire quell’idea, molto radicata nell’opinione pubblica, di una regione primitiva e che è racchiusa e compendiata nella famigerata espressione “Abruzzo forte e gentile”.</p>
<p>Tutto quel materiale, raccolto e interpretato alla luce delle teorie ottocentesche, applicate spesso in maniera impropria, doveva essere rivisitato per ridargli, con una corretta analisi storica, la dignità di cultura. A me sembra che la lunga attività nel campo della demologia condotta da Emiliano Giancristofaro abbia assolto proprio questa funzione di disincrostare il folklore abruzzese da quella patina di positivismo e soprattutto di liberarla da quell’atmosfera di cui il dannunzianesimo l’aveva circondata.</p>
<p>La produzione scientifica di Emiliano Giancristofaro si è protratta per oltre un cinquantennio: essa è molto vasta e studia, se non la totalità, una gran parte dei fenomeni folklorici di tutto l’Abruzzo. Si tratta di testi in cui sono confluiti sia gli apporti originali frutto delle ricerche personali svolte sul terreno, sia parte del materiale raccolto dai maggiori studiosi di folklore abruzzese, come il Finamore e il De Nino, sia i lavori di altri ricercatori contemporanei, meno famosi ma non meno importanti. Il suo curriculum, insieme con la sua vasta bibliografia, è testimone della varietà dei temi trattati e dell’assidua e lunga attività di ricercatore ed esploratore del mondo abruzzese. Discutere tutte le pubblicazioni sarebbe troppo lungo, qui ci si limita ad esaminare quei lavori che lo stesso Autore ha ritenuto più importanti e che ha riunito in volumi omogenei. (&#8230;)</p>
<p>Per spiegare certi fenomeni del folklore locale, sconcertanti per chi appartiene ad un mondo culturalmente lontano, Giancristofaro si rifà, oltre che al Finamore, a Lévi-Strauss e a De Martino, del quale riporta alcuni passi: «Si tratta di testimonianze di stagnazioni, di arresti, di insuccessi dell’espansione del processo culturale nelle sue forme più consapevoli, di guisa che c’è tanto poco da compiacersi di un folklore religioso “ricco” quanto di una persona che va in giro con un vestito a brandelli e pieno di toppe. Il panorama religioso della società meridionale è appunto di questo tipo: vi si ritrova di tutto un poco, in una caotica mescolanza che abbraccia, al di là del cattolicesimo ufficiale, le varie sfumature del cattolicesimo popolare, i diversi compromessi pagano-cattolici e, infine, i relitti più o meno logori della civiltà religiosa del mondo antico». Su una vasta campagna di inchieste si fonda la ricca documentazione sul fenomeno dell’epilessia, la cui diffusione secondo Giancristofaro si deve alla credenza, alimentata a fine di lucro, che si tratti non di malattia ma di opera del demonio, per la quale diventa obbligatorio il ricorso, dietro compenso, dell’esorcista. Per lui, invece, il fenomeno ha a che fare con una «forma di religiosità e di magia come testimonianza delle sopravvivenze di un passato miserabile». Ancora qui si sente l’influenza di De Martino, perché il fenomeno dell’epilessia appare simile a quello del tarantolismo. (&#8230;) Sono parole su cui si può anche concordare, ma, dette con mentalità militante, esprimono concetti propri di persona politica piuttosto che di un demologo; esse, tuttavia, hanno il pregio di non relegare il folklore nell’ambito del pittoresco o di ripensarlo nostalgicamente. (&#8230;)</p>
<p>Tra le superstizioni più diffuse, il “malocchio” è quello che caratterizza tutta la regione, come mostrano la molteplicità delle testimonianze relative e la miriade delle formule di scongiuro raccolte in diverse località. Le notizie collezionate da Giancristofaro evidenziano come molte credenze superstiziose siano profondamente radicate nella cultura popolare abruzzese e persistenti ancora in epoca odierna: a tal proposito è riportata la vicenda, paradossale, di una signora che da una località abruzzese riesce a togliere il malocchio (in questo caso concretizzatosi in un mal di testa) ad una persona che si trova a Roma, aiutandosi con la tecnologia moderna. (&#8230;) La trattazione degli argomenti è sempre semplice e lineare, ma nello stesso tempo dotta, perché i riferimenti culturali di Giancristofano spaziano nel tempo e nello spazio, andando dalla civiltà greco-romana, al pensiero dei libertini e degli illuministi, fino alle teorie scientifiche del mondo moderno; e non dimenticando mai la sua formazione di letterato. L’indagine vasta e approfondita e il continuo ricorrere alla storia culturale senza dubbio riescono a raggiungere quegli scopi che l’Autore si era prefisso, cioé togliere alle “superstizioni” quella patina di pittoresco che spesso riveste queste manifestazioni, far dimenticare l’idea dell’Abruzzo “forte e gentile” e soprattutto restituire al folklore della regione la sua qualità di cultura popolare.</p>
<p>L’opera di Giancristofaro, oltre ad una visione globale della cultura tradizionale abruzzese, mette in mostra la padronanza della materia che è discussa con una scrittura agile, corroborata, ma per nulla appesantita, da una profonda cultura classica, cui si unisce una notevole varietà di letture storiche, letterarie, sociologiche e antropologiche. E soprattutto è pregevole il fatto che il folklore non è visto come un fenomeno chiuso in sé, immutabile nel tempo, in quanto c’è sempre un confronto tra il passato ed il presente, tra le tradizioni da una parte, e la cultura di massa della modernità, dall’altra. Nei confronti della cultura popolare tradizionale si può dire che in Giancristofaro non c’è nostalgia; a volte, semmai, c’è un po’ di rammarico, non tanto per la perdita del mondo folklorico, quanto per la scomparsa del senso di solidarietà e di rispetto umano che lo caratterizzava.</p>
<p>Mariano Fresta (articolo pubblicato nei fascicoli 1 e 2 del 2022)</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Ovoidale. Uova dalla natura al simbolo</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Aug 2015 20:46:17 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ovoidale. Uova dalla natura al simbolo. Catalogo della Mostra. Pescara, Museo delle Genti d’Abruzzo 20 marzo – 07 aprile 2010 A cura di Giulia Anna Cerretani PRESENTAZIONE Tutto nasce da una predilezione innata: sin da bambina apprezzavo la forma dell’uovo&#8230; <a href="http://www.rivista-abruzzese.it/ovoidale-uova-dalla-natura-al-simbolo/" class="more-link">Continue Reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rivista-abruzzese.it/wp-content/uploads/2015/08/uovo.png"><img class="alignnone size-medium wp-image-292" src="http://www.rivista-abruzzese.it/wp-content/uploads/2015/08/uovo-300x203.png" alt="uovo" width="300" height="203" /></a></p>
<blockquote><p><strong>Ovoidale. Uova dalla natura al simbolo. Catalogo della Mostra.</strong><br />
Pescara, Museo delle Genti d’Abruzzo<br />
20 marzo – 07 aprile 2010<br />
A cura di Giulia Anna Cerretani</p></blockquote>
<p>PRESENTAZIONE<br />
Tutto nasce da una predilezione innata: sin da bambina apprezzavo la forma dell’uovo e quando ho cominciato a pensare alla collezione, ebbene si era già costituita per la gran parte da sola. Sinceramente non ricordo quando ho cominciato ad acquistare uova e oggetti a forma d’uovo: dev’essere vero che la simbologia legata a questo simbolo perfetto sia ancestrale e si perda nella notte dei tempi.<br />
In questa sede un discorso legato alla simbologia dell’uovo mi sembra fuori luogo, perché chi ha contribuito con i testi a dar vita al volume ne ha parlato sicuramente meglio di me. Osservo solo che un’esposizione di questo tipo è davvero unica nel suo genere e comunque è una delle poche che si siano mai viste in Italia, dove a volte si sono esibiti artisti nell’elaborazione di opere ispirate a questa forma, o sono stati messi in mostra oggetti antichi di origine russa o francese: mai però collezioni di privati o creazioni di ragazzi in età scolare.<br />
E torno ancora una volta a sognare, pensando al patrimonio di passioni e d’idee che tanti contribuiscono a creare e per il quale sarebbe auspicabile una sede espositiva definitiva: perché non potrebbe essere nella mia città?<br />
Questa mostra è stata fortemente voluta, oltre che da me, dal solito gruppo di amici fedeli: uno per tutti Theo Ruggiero, che mi aiuta sempre molto (forse lo costringo&#8230;). Esprimo gratitudine per la loro generosità ai presidenti delle associazioni culturali di cui faccio parte, I Licei d’Abruzzo e Gli Amici del Tito Acerbo, al Presidente della Fondazione Genti d’Abruzzo Giulio De Collibus e al direttore del Museo Ermanno De Pompeis, disponibili nel mettere a disposizione le prestigiose sale che ci ospitano e fiduciosi nelle mie capacità di organizzatrice di eventi.<br />
Ovviamente ho un elenco nutrito di ringraziamenti da fare e, mai come in quest’occasione, lo faccio davvero di cuore: sono soprattutto grata a tutti i collezionisti che mi hanno aiutato a riempire gli spazi espositivi del museo, ai ragazzi delle scuole pescaresi che hanno messo la loro fantasia e il loro impegno al servizio di un’idea non del tutto in sintonia con i loro studi, agli amici fotografi Vienna Tordone, cui si devono le splendide immagini del catalogo e l’ideazione del cartoncino d’invito ed Enrico Magni, autore delle originalissime copertine, alla cortesia infinita della Rivista Abruzzese di Emiliano Giancristofaro, prodigatosi in ogni modo per far nascere il prodotto editoriale che è parte integrante della mostra e ad un’ex-alunna, Martina Villani che, malgrado la giovanissima età, ha profuso un raro e costante impegno nell’aiutarmi.<br />
Oltre a loro molta riconoscenza va agli autori dei contributi letterari: Eide Spedicato Iengo, Iva Spedicato Murino, Sebastiano Calella, Angela Cinalli, Christian Dolente e Clara Germani; al vignettista Lucio Troiano, che ci ha onorato con l’invio di due pezzi originali, all’amica pittrice Vittoria Palucci che ha dipinto per l’occasione un quadro e a Fabiola Ortolano, che gentilmente mette a disposizione la sua passione teatrale per alleggerire il contesto. A tutti un affettuoso pensiero e i sensi della mia amicizia.<br />
Giulia Anna Cerretani</p>
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		<title>Galateo abruzzese</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Jul 2015 16:12:12 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Galateo Abruzzese. Dai teleschermi alla libreria. In seguito alle richieste dei telespettatori della trasmissione “Buongiorno Regione” della Rai, l’Editrice Rivista Abruzzese ha pubblicato i proverbi di Lia Giancristofaro, etnologa, trasmessi dallo scorso gennaio nel nuovo appuntamento informativo della Testata Giornalistica&#8230; <a href="http://www.rivista-abruzzese.it/galateo-abruzzese/" class="more-link">Continue Reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rivista-abruzzese.it/wp-content/uploads/2015/07/Galateo_Anteprima.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-200" src="http://www.rivista-abruzzese.it/wp-content/uploads/2015/07/Galateo_Anteprima-214x300.jpg" alt="Galateo Abruzzese" width="214" height="300" /></a></p>
<blockquote><p><strong>Galateo Abruzzese.</strong></p></blockquote>
<p>Dai teleschermi alla libreria. In seguito alle richieste dei telespettatori della trasmissione “Buongiorno Regione” della Rai, l’Editrice Rivista Abruzzese ha pubblicato i proverbi di Lia Giancristofaro, etnologa, trasmessi dallo scorso gennaio nel nuovo appuntamento informativo della Testata Giornalistica Regionale, in onda dal lunedì al venerdì, dalle 7.30 alle 8.00.<br />
Il volume si intitola Galateo Abruzzese. Proverbi dialettali in tv e racchiude i 400 detti che la Giancristofaro, ogni settimana, legge in dialetto, nella traduzione italiana, e poi commenta. Alla prefazione di Domenico Logozzo, Caporedattore del Tg regionale, segue un breve saggio scientifico dell’autrice in cui si spiegano i motivi di questo “ritorno di fiamma” del dialetto e della saggezza popolare. I 400 proverbi vogliono rappresentare i 3 principali dialetti abruzzesi e l’identità regionale che, dopo il duro colpo del terremoto del 2009, cerca nuova linfa nei suoi valori tradizionali, attualizzati e riletti alla luce del tempo presente.</p>
<hr />
<p><a href="http://lnx.rivista-abruzzese.it/wordpress/sociologia/">Vedi tutti i volumi della stessa collana</a></p>
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		<title>Il folkolore popolare abruzzese: dai modelli del passato alla postmodernità</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Jul 2015 15:20:46 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il folkolore popolare abruzzese: dai modelli del passato alla postmodernità Questo libro, lungi dall’essere una summa del folklore abruzzese, vuole rappresentare un approccio critico alla sua conoscenza e inserirsi nelle problematiche relative ai processi di mutazione culturale di una regione&#8230; <a href="http://www.rivista-abruzzese.it/folklore-abruzzese/" class="more-link">Continue Reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rivista-abruzzese.it/wp-content/uploads/2015/07/Quaderni57.jpg"><img class="wp-image-99 size-medium" src="http://www.rivista-abruzzese.it/wp-content/uploads/2015/07/Quaderni57-199x300.jpg" alt="Dai modelli del passato alla postmernità. Autore: Lia Giancristofaro" width="199" height="300" /></a></p>
<blockquote><p>Il folkolore popolare abruzzese: dai modelli del passato alla postmodernità</p></blockquote>
<p>Questo libro, lungi dall’essere una summa del folklore abruzzese, vuole rappresentare un approccio critico alla sua conoscenza e inserirsi nelle problematiche relative ai processi di mutazione culturale di una regione attraversata nell’ultimo cinquantennio da fenomeni sociali quali l’emigrazione, l’industrializzazione, la diffusione della cultura di massa e l’omologazione dei valori su una scala nuova: quella dell’individualismo che, esaltando la libertà dell’individuo a scapito della dimensione collettiva, si fonda sull’ottimistica convinzione che solo il possesso del danaro possa realizzare l’uomo. Una convinzione, questa, che, degenerando nel trasferimento delle valenze culturali nei beni di consumo, anche in Abruzzo ha provocato una decisa soluzione di continuità rispetto al modello precedente (la tradizione), rapidamente soppiantato dalla prepotente affermazione di nuovi significati, nuove percezioni, nuovi modi di relazionarsi, in una libertà singolare che, basandosi sull’assenza di limiti, sul disinteresse verso il tessuto sociale e sul conformismo, è certamente precaria e illusoria per la sua sudditanza ai modelli e ai consumi imposti dal mercato.</p>
<hr />
<p>Infatti, insito al nuovo schema di riassestare caoticamente la normazione sociale e di improvvisare quotidianamente il proprio presente, è lo stereotipo che predica la rottura della trasmissione della tradizione ai fini di una violazione totale che, anziché tradurre la volontà soggettiva consapevole e razionale (quindi individualistica), esprime il più delle volte povertà critica e passività mentale, cioè l’operatività totale dell’uso del momento: la moda, la quale obbliga all’inseguimento frenetico e dolente di un gusto passeggero e mutevole ma talmente condiviso da far sentire inadeguato chi non vi si uniformi, proprio come accadeva, nel modello tradizionale, a chi non avesse condiviso i valori del gruppo (per esempio, ereditare il mestiere paterno, sposarsi con una donna di pari condizioni, allevare numerosa prole, vivere in modo frugale in modo da accantonare risorse per le necessità). Dunque, i più elementari automatismi mentali della tradizione, sotto mentite spoglie, continuano ad operare e rafforzarsi proprio mentre gli abruzzesi, sotto persuasive luci della ribalta, a fatti e a parole si dichiarano futuristi, innovativi e… antitradizionalisti. La pericolosità di questa situazione non risiede certo nell’umano reiterarsi dei comportamenti popolari, quanto, invece, nell’essere il linguaggio della moda miseramente orizzontale, poiché, a differenza della tradizione, si autofinalizza e si autoconfina nella piatta dimensione esistenziale del consumo presente: la moda, anche quando guarda al passato (si pensi alla citazione dei costumi antichi o vintage), lo fa al puro scopo di cannibalizzarne il significato, come un qualsiasi oggetto di consumo.<br />
Dunque il linguaggio del tempo presente, nonostante offra maggiori opportunità di benessere, si caratterizza per la mancanza di spazi evocativi, veicolati e rappresentati ipso sensu dalla tradizione; perciò in Abruzzo i nostalgici, specie se anziani, lamentano che esso conduce a sfiducia esistenziale, solitudine e senso di provvisorietà, da cui non si trova altra via d’uscita se non riproporre lo sterile stereotipo del si stava meglio quando si stava peggio. Noi, invece, per riordinare la matassa proponiamo una soluzione diversa: lo studio, l’analisi, la paziente ricerca dei fili conduttori di questa complessa ed intricata rete di significati.<br />
Il primo collegamento è immediato: cosa rende superiore l’espressione sociale decaduta (la tradizione) a quelle che l’hanno prepotentemente sostituita? La tradizione, così come la moda, è un’espressione della cultura; ma, in più, essa fa parte del logos, cioè della parola mista alla lingua o anche religione. La tradizione è, quindi, l’umano conato a connettersi alla rete simbolica, visibile e invisibile, sensibile e soprasensibile, verticale oltre che orizzontale la quale, da millenni e millenni, sostiene l’umano divenire. L’uomo, il cui senso è nella circostanza, è vincolato alla continuità, la quale si innalza ad unico strumento per controllare il principio del tempo: un principio vitale ma mortifero, in quanto funge da artefice culturale del divenire umano e, insieme, da suo distruttore biologico. Tanto fondante è, per l’uomo, questo principio che la chiave culturale della tradizione passata è stata spesso percepita come una legge naturale: erroneamente, perché nessuna tradizione esiste in natura, e tutte sono il frutto delle umane circostanze.<br />
La tradizione è dunque quel principio mutabile che esclude l’autonomia assoluta ed egocentrica del presente: infatti, è sul senso della continuità che si crea il progresso, inteso come innovazione e superamento di visioni del mondo non più aderenti alle circostanze. Ma come possiamo informare di noi il futuro, se nel presente non ci informiamo del passato? Come si può identificare il dopo, se si smarrisce il prima? E’ questo il pericoloso guasto del cambiamento culturale, in Abruzzo come altrove. Distruggere la continuità della tradizione significa disorientarsi, lasciando che il vuoto venga colmato da ideologie funzionali a supplire il deficit dei riferimenti.<br />
Un bisogno affettivo verso la tradizione, allora, nel popolo si fa ancora sentire come inconscio desiderio di genuinità e trasparenza, di relazioni sociali affidabili perché temprate dal tempo, di un mondo naturale ed archetipico libero dalla schiavitù del denaro e del consumo. La reliquia storica, però, congelata in stereotipi mistificanti, viene riproposta al pubblico secondo i canoni dell’attualità, cioè proprio secondo la stessa logica del profitto che della tradizione ha sancito l’improduttività, l’antieconomicità, la morte: in pratica i nonni, strappati all’ormai individualistico tessuto familiare e relegati negli istituti, televisivamente rientrano nella narcisistica e amara solitudine della casa moderna tramite il veicolo pubblicitario che della cucina della nonna esalta la superiorità. Alla schiera dei cadaveri della tradizione, imbalsamati e riproposti quali meri simulacri svuotati di contenuti, appartengono anche le rievocazioni in costume, gli agriturismi, le sagre, gli spettacoli folkloristici: per una inquietante superficialità nel relazionare il prima e il dopo, il periodo storico, cioè quello di un Abruzzo tardo-ottocentesco o magari medievale, la cui mentalità è effettivamente sconosciuta ai contemporanei, viene elevato a norma metastorica ed archetipica.<br />
Ecco da cosa nasce il presente tentativo di riallacciare in modo realistico il filo spezzato ai contenuti della nostra storia, di razionalizzare i confusi piani temporali della civiltà dell’immagine, di costruire il futuro su un’esplorazione consapevole delle radici: un campionario di saggi e articoli, scritti dai maggiori studiosi della vita tradizionale abruzzese, fornisce l’opportunità di accostarsi in modo scientifico all’intricata rete di contestualità diverse di cui si è alimentata la tradizione popolare abruzzese. Rielaborare i valori e le testimonianze del passato è fondamentale per leggere criticamente il presente e per ristabilire un equilibrio in particolare a livello urbano, dove la vita e le abitudini sono state talmente stravolte che i giovani si sottopongono con credulità disarmante ad un massiccio bombardamento di emozioni virtuali. Senza inquinarsi di retorica e suggestioni, si noterà tanto che agli eccessi di oggi si contrappone la minimalità della tradizione, quanto che la precarietà e le insicurezze del nostro grande mondo sono state precedute dalle grandi certezze di un universo antropologico microscopico, i cui orizzonti erano limitati al paese.<br />
Dunque, lo studio del cambiamento culturale in Abruzzo rappresenta l’occasione per riflettere in generale sul cambiamento culturale e sulle reiterazioni dell’atteggiamento tradizionale popolare. Da parte di chi scrive, d’altronde, ogni impegno in tale direzione è motivato dalla grande fiducia verso le scienze socio-antropologiche, le uniche in grado di evidenziare e isolare, nello svuotamento d’ideali e nella crescente microconflittualità, un inquietante rafforzamento di certezze erronee prima che esse si rapprendano in nuovi totalitarismi e prima che vengano irrimediabilmente armate dalla tecnologia</p>
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		<title>Totemajje due</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Jul 2015 09:06:45 +0000</pubDate>
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<blockquote><p><strong>Totemajie due. Cultura popolare abruzzese.</strong></p></blockquote>
<p>Testimonianze di una cultura in transizione potrebbe essere definita questa raccolta di Emiliano Giancristofaro, che tocca un arco molto ampio di temi, dai rituali di passaggio, alle forme magiche, ai culti, ai cerimoniali calendariali della terra abruzzese; e recupera questi materiali, offrendoli al demologo e allo storico, non soltanto dai lunghi, ma sparsi interventi su Rivista Abruzzese (certamente uno dei periodici più vivi, attenti e moderni delle province italiane), ma anche da nuove ricerche sul campo. (Alfonso M. di Nola)</p>
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