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	<title>Rivista Abruzzese &#187; Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio</title>
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	<description>Rassegna trimestrale di cultura</description>
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		<title>PIETRO CLEMENTE, IL VALORE DELL’ANTROPOLOGIA CULTURALE</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Mar 2020 09:26:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Abruzzese]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Impegno intellettuale]]></category>
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		<description><![CDATA[Memoria, musei, storie di vita, differenze e patrimonio immateriale nelle risposte di Pietro Clemente[1] a Maria Rosaria La Morgia.  Professor Clemente, prendendo la parola nel Convegno Nazionale di Simbdea (Società italiana per la Museografia e i Beni demoetnoantropologici) a Chieti&#8230; <a href="http://www.rivista-abruzzese.it/pietro-clemente-il-valore-dellantropologia-culturale/" class="more-link">Continue Reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Memoria, musei, storie di vita, differenze e patrimonio immateriale </em>nelle risposte di Pietro Clemente<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a> a Maria Rosaria La Morgia.</strong></p>
<p><strong> </strong><em>Professor Clemente, prendendo la parola nel Convegno Nazionale di Simbdea (Società italiana per la Museografia e i Beni demoetnoantropologici) a Chieti il 22 novembre 2019, lei si è interrogato sul rapporto passato/presente affermando la necessità di una memoria forte per recuperare esperienze e saperi, insomma per imparare e non per rimpiangere. Si tratta di una questione che continua a provocare molte divisioni tra chi vive di nostalgia mitizzando un mondo perduto e chi lo nega in nome della modernità. È possibile superare questa dicotomia e che contributo può arrivare dall’antropologia culturale?</em></p>
<p><em> </em>Questa dicotomia è più evidente negli anni della grande trasformazione, ma oggi torna ad accentuarsi per via della crisi e dei disagi vissuti. E mentre era normale negli anni ‘60, oggi è assurda e paradossale. Anche l’antropologia oscilla tra un approccio che combatte le identità portatrici di essenzialismo e di chiusura, e un approccio che vede, nel ritrovare tratti di identità locali rinnovate, una nuova energia per uno sviluppo diverso.</p>
<p>Nessuno parla più di nostalgia, ma per lo più di retroproiezione, di creatività nuove ispirate a tematiche e saperi antichi. Gli studi e i progetti dei territorialisti, quelli della Strategia Nazionale per le aree Interne, discutono su come rivitalizzare le aree abbandonate, sul recupero dei saperi, delle coltivazioni, delle forme dell’edilizia, ma in prospettive nuove. Non è solo l’antropologia, ma anche l’antropologia a cercare questa via di mezzo fortemente innovativa. Il volume <em>Riabitare l’Italia</em> (Donzelli 2018) è costituito da 30 saggi di 40 autori provenienti da vari campi disciplinari in dialogo tra loro. Il tema comune è quello di costruire una nuova civiltà a partire dalle zone interne abbandonate, dai paesaggi fragili. È anche l’idea di un ritorno, ma non al folklore e alla nostalgia di un mondo scomparso, di un mondo ricco di esperienza ma anche autoritario e in parte chiuso, bensì al cuore storico dell’Italia, dove la sua specificità si è articolata nei secoli, dove sia possibile ricostruire un equilibrio tra terra, acque, boschi e produrre per un nuovo mercato con un nuovo rapporto tra zone interne e città. Una utopia che ha un’aria assai concreta. È utile ripensare anche alla storia dello sviluppo, che in genere abbiamo visto in modo deterministico, come l’ inevitabile prevalere della modernità, dell’edilizia moderna, della socialità urbana. Oggi si può immaginare quante occasioni di nuovo radicamento e di lavoro ci sarebbero state se non fossero tutti fuggiti da montagne e colline impervie. E quanto meno sarebbe stato squilibrato il territorio. Comunque, almeno da 30 anni c’è una nuova attenzione verso le zone interne. La cultura passata è una risorsa per riabitare l’Italia, ma va reinventata e adeguata alle esigenze di oggi.</p>
<p><em>Tra i suoi maestri c’è uno dei padri dell’antropologia culturale italiana, Alberto Maria Cirese. In che modo la lezione dell’autore di </em>Culture egemoniche e subalterne<em> l’ha formata e quanto del pensiero ciresiano è ancora attuale?</em></p>
<p>Si discute ancora molto di Cirese, soprattutto nel mondo dei suoi allievi e eredi. Cirese ci aveva abituato, come metodo, a discutere e ad essere critici anche verso di lui. «Amicus Plato sed magis amica veritas» diceva sempre. La sua eredità è quella di una demo-etno-antropologia italianistica, quella che ci dà le risorse conoscitive per occuparci di patrimonio culturale, di cultura popolare, di musei, ma anche per stare dentro e interpretare i processi di cambiamento e modernizzazione. Una delle critiche fatte a Cirese – anche tra i suoi allievi – è quella di una interpretazione statica del rapporto tra classi egemoni e classi subalterne, come se le classi subalterne fossero quelle premoderne (contadini, artigiani, pescatori, come venivano definiti nel passato), e quindi di non avere portato l’approccio metodologico gramsciano al confronto con la contemporaneità e la società di massa. A mio avviso questo non era un limite del suo metodo, ma piuttosto degli studi condotti da noi allievi. Va ricordato infatti che negli ultimi anni Cirese si è occupato soprattutto di applicazioni informatiche e di uso della logica e dell’astrazione all’antropologia culturale. Negli anni ‘70 i temi della crisi della società contadina, dello sviluppo capitalistico e del consumismo avevano un certo rilievo anche politico e spesso i nostri studi finivano per avere piuttosto un carattere di storia sociale, anche se vista come guida alla comprensione del processo capitalistico dello sviluppo. In un certo senso non venne dato molto spazio di ricerca alle culture popolari contemporanee, pur facendo ricerche sul territorio e dentro la vita di tutti i giorni. In qualche modo lavoravamo soprattutto sulla memoria della trasformazione. Oggi abbiamo un approccio diverso.</p>
<p><em>Dagli anni ‘70 a oggi, come è cambiata la figura dell’antropologo? Oggi si può parlare di “professione”?</em></p>
<p><em> </em>Da quando mi sono laureato in filosofia nel 1969 (in ritardo di anni per via del grande impegno nella politica), i cambiamenti nell’Università sono stati enormi. Allora la sociologia, la psicologia e l’antropologia culturale stavano tutte nelle Facoltà di Lettere, poi le discipline sociali sorelle sono cresciute e hanno fatto Facoltà per proprio conto, mentre l’antropologia è rimasta un po’ al palo. Ma sono cambiate le generazioni, i temi di riferimento, c’è una nuova cultura internazionale tra i giovani. Ma sempre con pochi investimenti pubblici per la ricerca e quasi nulli per la ricerca applicata. Il nostro Paese è purtroppo agli ultimi posti in Europa per la ricerca. Sul piano della professionalità abbiamo fatto piccoli passi in avanti, ma la crisi delle attività culturali degli Enti Locali è stata assai negativa. Ha portato a chiudere musei, iniziative, progetti. Abbiamo pochi Direttori di museo professionali, pochi operatori dei beni DEA nelle istituzioni, pochi anche nel campo delle ONG che operano nel Terzo Mondo, dell’ONU e della FAO. Negli anni ‘70 l’antropologia era più ideologica e politicizzata, fortemente legata alle grandi correnti del marxismo e dello strutturalismo, ma poco esperta di altri mondi, di dialoghi universitari con l’Europa, gli USA, l’Africa e l’Asia. Quel poco che c’era nasceva da dentro l’etnologia coloniale. Oggi ci sono diversi docenti italiani di antropologia in altri Paesi. In Italia siamo sempre troppo pochi e la nostra società non si è aperta a questa disciplina e neppure l’accademia, dove le scelte corporative ne impediscono la crescita. Gli studi italiani dialogano con quelli di altri Paesi. Ma nell’insieme c’è una certa sofferenza disciplinare, data anche dalla forte presenza di giovani con formazione di alto livello che restano fuori da équipe, da occasioni di ricerca territoriale, dalle professioni e dalle Università. L’unico fatto nuovo è un concorso nazionale che ha portato una ventina di antropologi nel Ministero dei Beni culturali e nelle Soprintendenze, grazie al consolidarsi delle Scuole di specializzazione in Beni DEA e del titolo specifico che rilasciano. Si tratta di un evento importante, ma c’è ancora tanto da fare.</p>
<p><em>Nel suo lavoro sul campo lei ha dato molto spazio alle “storie di vita”, tante voci che, messe insieme, ci restituiscono una comunità, un paese, un mondo. Che narrazione ne esce fuori?</em></p>
<p><em> </em>È difficile dare una risposta univoca. Personalmente ho lavorato molto sulla mezzadria, sul mondo contadino toscano. Ma l’idea guida vale anche per altre zone e culture. Se lavori con le storie di vita non ci sono dei modellini normativi che ti dicono cosa è una cultura, ma hai percorsi nel tempo, relazioni sociali, regole sociali e scarti individuali da esse, insomma processi complessi. Lavorare, ad esempio, sui temi delle zone interne mi ha consentito di rivalutare i saperi contadini che ho studiato, e che pensavo appartenessero solo al passato. La cosa certa è che, ovunque io abbia lavorato con fonti orali e storie di vita, ho avuto rappresentazioni impreviste del mondo. In genere la società viene pensata dentro semplificazioni che non aiutano a vedere la particolarità e le differenze legate alle diversità dei territori. Sono oggi interessato a capire le trasformazioni delle ultime generazioni, come la comparsa del voto di destra e leghista nei luoghi storici del mondo contadino comunista della Toscana. Spero che su questi temi di antropologia politica, legata anche all’uso delle storie, si muovano anche le nuove generazioni. A questo proposito voglio citare Antonio Fanelli, molisano, mio allievo fiorentino, studioso dell’opera di Cirese, che ha già scritto due cose significative in questo senso: un libro sulle Case del Popolo a Firenze e una storia di vita di un dirigente comunista bolognese<sup>1.</sup></p>
<p><em>Lei è presidente onorario di Simbdea, un’associazione che sta lavorando molto per la valorizzazione e la messa a sistema dei musei demoetnoantropologici. Nel nostro Paese sono molto numerosi, ma non tutti riescono a “parlare” alla contemporaneità. Alcuni sono diventati depositi polverosi incapaci di dialogare con il territorio per il venir meno di energie culturali ed economiche. Quale può essere la strada per farli vivere e renderli presidî culturali di riferimento?</em></p>
<p>I nostri musei, fragili, con direttori per lo più legati ad associazioni locali o a singoli collezionisti, anche se pieni di grandi meriti per avere salvato memoria e patrimonio delle culture del territorio, sono in grandissima difficoltà. Non sono all’ordine del giorno delle politiche culturali regionali o nazionali, né dei sindaci. Ho chiamato questo fenomeno ‘tradimento dei sindaci’, visto il frequente orientamento a lasciare perdere i musei locali per dare spazio a iniziative mirate solo alla visibilità e alla spettacolarità. Ma i sindaci non sono più quelli del passato che spesso venivano dal lavoro dei campi, dal sindacalismo, dalla politica ed avevano una idea della dignità e del valore del lavoro. Oggi sono spesso giovani ignari, nati nel mondo dei media, che spesso vedono i musei DEA come “roba vecchia e ingombrante”. Un direttore di Museo DEA della provincia di Lecco ha definito autocriticamente come “musei del buon ricordo” l’immagine prevalente dei musei DEA, musei che invece volevano proporre una storia sociale di alto profilo e utile al presente.</p>
<p>Tutta la museografia sente queste difficoltà, non solo la nostra. Da qualche anno, e già dalla Carta di Siena, ICOM ed altre associazioni museali, tra cui SIMBDEA, lavorano ad una idea del museo come presidio attivo del territorio, estendendo un po’ a tutti i musei lo spirito che fu dell’idea di ecomuseo di Hugues De Varine. L’idea è di mettere in sicurezza e rendere visitabili le collezioni e di dedicarsi alla iniziativa pubblica su temi difficili del presente come ecologia, abbandono, migrazioni, sviluppo sostenibile. Ma per lo più i nostri musei non hanno staff professionali e quindi questa idea è affidata o alla volontà dei singoli operatori o a un nuovo movimento dei musei che per ora si fa attendere.</p>
<p>Da quando sono in pensione mi occupo di piccoli paesi a rischio tracollo demografico, e di ‘zone interne’. Da questa angolazione, si vede bene che i musei potrebbero essere “scatole nere” di antichi saperi e di rapporti con il territorio, utili a riabitarlo nel presente. Quando a Siena nel 2010 lanciammo l’anno dei mezzadri, ci rendemmo conto che non potevamo più proporre la storia importante delle loro lotte, della partecipazione alla Resistenza, della nuova coscienza sociale. Questa (per me sacrosanta) epica storico-sociale, che aveva rappresentato la mia “poetica e politica” museografica degli anni ‘70, sembrava non avere più un valore. Però, a generazioni ormai lontane dalla vergogna di avere avuto dei padri e dei nonni contadini, anzi ora disponibili a vedere i nonni come “diversità culturale”, era possibile mostrare i tratti delle gestione contadina del territorio come esperienze e risorse utili per il presente, dal kilometro zero allo smaltimento integrale dei rifiuti, ai cibi consumati secondo le stagioni, alla cura idrogeologica del territorio, al dialogo campo-bosco, allevamento-agricoltura. Esempi di equilibrio che non servono a dire “fai come loro”, ma a mostrare quel tesoro di saperi e di memorie come possibile per nuove agricolture contadine e per produzioni agroalimentari qualitative. Come risposta ai dissesti e ai disastri dell’Appennino. In questi scenari i musei hanno una funzione nuova, che via via viene scoperta. Dove ci sono ritorni alle zone interne, i musei hanno una nuova funzione di servizio. Si oscilla tra un ritorno a tutto campo del museo nelle battaglie delle politiche culturali e sociali e una sua funzione di dispositivo dal quale prelevare saperi utili a nuovo sviluppo. La battaglia fatta dai territorialisti (in particolare penso a Alberto Magnaghi e al tema della coscienza di luogo<sup>2</sup>) per una idea di futuro che passi dal riabitare l’Italia delle zone interne, dà un nuovo spirito guida ai musei DEA. A onor del vero devo dire che ci sono esperienze locali di musei che tengono e svolgono un ruolo. Sono spesso musei che hanno una componente di gestione privata o operativa, e che hanno saputo reagire in modo più duttile alla crisi. Tra questi, mi fa piacere segnalare il Museo delle Genti d’Abruzzo di Pescara.</p>
<p><em>Dal 2007 l’Italia ha ratificato la Convenzione Internazionale per la salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale, eppure c’è ancora una certa diffidenza nei confronti del sapere demoetnoantropologico come strumento di mediazione con le comunità. Segnali positivi ci arrivano da quanto sta accadendo a Cocullo, dove si sta costruendo un percorso partecipato di candidatura del culto di San Domenico Abate e del rito dei serpari?</em></p>
<p>Nel 2007 feci parte della Commissione che il Ministro Rutelli istituì per una buona gestione italiana della Convenzione sul patrimonio immateriale istituita nel 2003. Ricordo con piacere quel tentativo di gestione, fatto dall’alto ma in modo collaborativo e intelligente, che fu però travolto dalla elezioni politiche e dall’arrivo al MIBACT di Sandro Bondi. La Commissione ebbe problemi con la comunità degli antropologi, diffidente verso tutto ciò che veniva dal mondo istituzionale, e internamente ricca di controversie. È stato ed è ancora difficile fare accettare che la Convenzione suggerisca un modello di ricerca diverso, basato sulla comunità, la partecipazione, l’empowerment, e non sul singolo ricercatore che si fa difensore e interprete della comunità. Figura, questa, importante ancora in molti contesti, ma che deve riuscire ad aprirsi al difficile dialogo con i sindaci, gli assessori e le comunità patrimoniali, che deve fare ricerche mirate ai dossier di candidatura e di valorizzazione da parte di Soprintendenze, Regioni, Unesco. Una buona antropologia applicata in questi contesti non è ancora in atto. Prevale uno sguardo di critica politica che attribuisce tutte le colpe al terribile “neoliberismo”, concetto a mio avviso improprio e che non serve molto a operare nei contesti locali. I saggi importanti di Dino Palumbo nel volume <em>L’Unesco e il campanile</em> (Meltemi 2006), che restano utilissimi a comprendere le dinamiche locali delle comunità, sono stati letti come se il campanilismo e i conflitti locali fossero prodotti dall’Unesco, e non fossero invece tratti propri delle realtà locali italiane. Mi pare di vedere nei giovani antropologi “critici” una ripetizione del dogmatismo della mia generazione. Critiche politiche ed etiche generali assai forti, ma accompagnate dal disagio nel leggere le società locali in modo non aprioristicamente già definito. Spesso si cita Gramsci, ma letto in realtà contro Gramsci, visto che egli fu quello che introdusse nel marxismo le nozioni di società civile, di articolazione, di egemonia. Posso dirlo con coscienza di causa, anche perché l’ho vissuto nei tempi lunghi di chi ha studiato e fatto politica dagli anni ‘60 e ci sono passato dentro. Il progetto &#8220;Unesco&#8221; di salvaguardia urgente per la festa di San Domenico e dei serpari a Cocullo è un caso importante, grazie soprattutto all’équipe di Simbdea che ci ha lavorato, con lento, faticoso ascolto del mondo locale, dialogo con le istituzioni, paziente ricucitura di aspettative e delusioni, in una realtà complicata, drammaticamente colpita dall’esodo e dalla disoccupazione. Ci sono alcune realtà italiane sia di riconoscimento avvenuto (l’Opera dei Pupi e il dialogo con il Museo delle Marionette di Palermo), sia di iscrizione nelle liste del REIL (Registro delle Eredità Immateriali) in Lombardia, sia di richiesta di riconoscimento in rete (Il Tocatì di Verona, proposta dalla Associazione Giochi Antichi) ed altre esperienze che danno l’idea che anche in Italia si sta creando un universo di comunità patrimoniali consapevoli e di antropologia applicata alla valorizzazione delle realtà locali. Intanto è sempre importante restare aggiornati sulle iniziative dell’Unesco, sulle crisi e le critiche, sulle innovazioni che avvengono negli incontri dei comitati internazionali. Lia Giancristofaro sta pubblicando un testo su un evento nuovo: la cancellazione di un elemento già riconosciuto (il carnevale di Aalst in Belgio) a causa dei forti tratti di antisemitismo che lo hanno caratterizzato in alcune edizioni. Un caso nuovo e interessante da conoscere. Simbdea ha la fortuna di avere resoconti e collaborazioni stabili da Valentina Zingari, che è formatrice Unesco, e segue, anche per noi, i Comitati internazionali. È un mondo da scoprire, sia leggendo le liste dei riconoscimenti ICH on line, sia la letteratura internazionale che ne discute, sia i comitati e le normative. Non è un caso che l’Unesco, così criticata da visioni un po’ semplificatorie dell’antropologia, sia forse l’unico organismo internazionale che ha accolto la Palestina, sfidando una rottura con Israele e USA. Abbiamo bisogno di seguire contesti internazionali complessi e dinamici anche per collocarci in questo difficilissimo mondo in guerra. Va ricordato che l’Unesco e il suo lavoro sul patrimonio nasce dalla seconda guerra mondiale, dal tentativo di far sì che le guerre non distruggano i patrimoni delle civiltà. Va ricordato anche che la tematica dell’Immateriale è stata sollecitata dai Paesi asiatici per opporre al mondo dei manufatti architettonici dell’Europa il mondo dei saperi pratici dell’Oriente. Qualcuno dice che l’ONU e l’Unesco non servono a niente. Il fatto che siano deboli non toglie che siano tra le principali risorse per costruire la pace e il dialogo delle culture create nel Novecento contro le guerre.</p>
<p><em>Che contributo può dare l’antropologia culturale alla costruzione di una società che sappia vivere nelle differenze e valorizzarle anziché demonizzarle?</em></p>
<p>In teoria sarebbe facile rispondere. Le società che ci sono passate per prime, dagli Usa al Canada, all’Australia, al Regno Unito, alla Francia, hanno una grande esperienza e un grande dibattito sul multiculturalismo, sul transculturalismo e quant’altro. Da noi l’antropologia è davvero poco ascoltata, manca come voce nei media, nella stampa. Non c’è racconto delle pratiche migratorie, degli incontri locali di cultura che si muovono in modo ricco e articolato. Nell’immagine pubblica non c’è differenza tra nordafricani, africani del centro nord, subsahariani, tra siriani e irakeni, tra pakistani e filippini, ma è chiaro che sono diversi, testimoniano tante culture, tanti approcci religiosi. Per noi sono solo “neri” o scuri, un rapporto elementare come era negli anni delle lotte contro il razzismo negli Usa: bianchi contro neri. Senza la presenza capillare della Chiesa i ritardi del nostro sistema di accoglienza peggiorerebbero ancora la situazione. La semi-abolizione degli SPRAR da parte di Salvini, l’attacco politico contro il caso Riace, hanno fatto tornare indietro esperienze importanti di trasformazione delle realtà locali grazie all’innesto dei migranti. Gli antropologi sono sempre impegnati nella battaglia contro il razzismo, a favore di una immigrazione che costruisca risorse per una nuova società italiana, ma è sempre più difficile far entrare nella coscienza comune le esperienze dei nostri studi, il racconto delle diversità culturali, gastronomiche, di stili di vita. Non siamo chiamati a dire la nostra opinione, non siamo ascoltati. Oggi, raro caso, mi fa piacere trovare su “La Lettura” del 12 gennaio un testo di Adriano Favole, che è una delle poche voci pubbliche del nostro mondo, dedicato a <em>Essere ospitali. Un legame debole rafforza le società</em>. Favole cerca di rappresentare il tema dell’ospitalità in altre culture. È un testo prezioso che prende spunto da un volume, <em>Integrating strangers in societies </em>(12 saggi sull’ospitalità in altre culture), a cura di J. Platenkamp, e A. Schneider. Uno dei modi di capire la pluralità, di imparare dalle esperienze; inoltre, sul blog di un altro antropologo, Piero Vereni, nello stesso giorno, è apparsa una proposta di discussione critica su come sulla stampa viene usato il concetto di cultura, travisandolo completamente<sup>3</sup>. Forse c’è una intensificazione della consapevolezza di essere ignorati. Se la politica si ponesse il problema, l’antropologia sarebbe utilissima. Invece anche la sinistra lo vive sulla difensiva, senza saperi e conoscenze né controinformazioni.</p>
<p>Prevale una semplificazione brutale e la menzogna sistematica (è assurdo che si possa credere a un ministro che dice di avere difeso i confini dell’Italia impedendo di attraccare a una nave che portava un centinaio di disperati). Negli ultimi anni del mio insegnamento a Firenze, avevo notato con dispiacere che anche i giovani, messi davanti ai drammi del contesto migratorio, tendevano a elaborare una reazione di indifferenza (come a dire: non tocca a noi occuparci di questi problemi). Gli antropologi culturali possono fare molto, e non solo loro, raccontando le esperienze di incontro, raccontando le culture di riferimento, le storie nazionali di tanti uomini e donne cui non viene riconosciuta una storia. Il lavoro fatto a Roma da Sandro Triulzi con l’Archivio delle memorie migranti<sup>4</sup> e dall’Archivio Diaristico di Pieve Santo Stefano, con la nascita di DIMMI<sup>5</sup>, è punto di riferimento importante. Non è solo l’antropologia, ma la società civile consapevole del valore delle differenze a essere in campo. Sono stato assai positivamente colpito da come alcuni musei di arte hanno saputo includere dei migranti come mediatori culturali, portatori di una idea dell’arte come spazio della narrazione, proprio nei luoghi che appaiono più elitari, trasformando così anche la visione dell’arte<sup>6</sup>.</p>
<p>Note</p>
<p><sup>1</sup> Antonio Fanelli, <a href="https://www.donzelli.it/libro/9788868431297"><em>A casa del popolo</em></a><strong>,</strong> <em>Antropologia e storia dell’associazionismo ricreativo</em>, Donzelli, 2014; Antonio Fanelli, <em>C</em><em>arlen l’orologiaio.</em> <em>Vita di Gian Carlo Negretti: la Resistenza, il Pci e l’artigianato in Emilia Romagna</em>, Il Mulino, 2019; <sup>2</sup> <a href="http://www.societadeiterritorialisti.it/">http://www.societadeiterritorialisti.it/</a>, segnalo anche il libro Becattini G., 2015 <em>La coscienza dei luoghi. Il territorio come soggetto corale</em>, Roma, Donzelli, che contiene un dialogo tra l’urbanista Magnaghi e l’economista Giacomo Becattini sul valore della memoria e della esperienza degli insediamenti umani e della costruzione del paesaggio come risorsa per un futuro diverso, una risposta all’idea opaca e maniacale di “crescita” che ormai accomuna tutti. Già dalla nascita della Strategia Nazionale Aree Interne, nel 2015, Fabrizio Barca ha parlato di “sviluppo mirato ai luoghi”; <sup>3</sup> <a href="http://pierovereni.blogspot.com/2020/01/luso-pubblico-dellantropologia-ernesto.html">http://pierovereni.blogspot.com/2020/01/luso-pubblico-dellantropologia-ernesto.html</a>, Nasce da una critica a uno scritto di Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere della Sera del 10 gennaio, e a un uso etnocentrico ed errato del concetto antropologico di cultura; <sup>4</sup> <a href="http://www.archiviomemoriemigranti.net/it/">http://www.archiviomemoriemigranti.net/it/</a>; <sup>5</sup> Diari Multimediali Migranti, <a href="http://archiviodiari.org/index.php/iniziative-e-progetti/dimmi.html">http://archiviodiari.org/index.php/iniziative-e-progetti/dimmi.html</a>; <sup>6</sup> <a href="https://www.amazon.it/s/ref=dp_byline_sr_book_1?ie=UTF8&amp;field-author=S.+Bodo&amp;search-alias=stripbooks">S. Bodo</a>, <a href="https://www.amazon.it/s/ref=dp_byline_sr_book_2?ie=UTF8&amp;field-author=S.+Mascheroni&amp;search-alias=stripbooks">S. Mascheroni</a>, <a href="https://www.amazon.it/s/ref=dp_byline_sr_book_3?ie=UTF8&amp;field-author=M.+G.+Panigada&amp;search-alias=stripbooks">M. G. Panigada</a>, (a cura di), <em>Un patrimonio di storie. La narrazione nei musei, una risorsa per la cittadinanza culturale</em>, Mimesis, Milano, 2016, ma anche l’esperienza della <a href="http://patrimonioeintercultura.ismu.org/index.php?page=esperienze-show.php&amp;id=22">Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo, per quel che conosco, spero ci siano tante esperienze simili in Italia.</a></p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Già professore ordinario nelle Università di Siena e Roma “La Sapienza”, si è occupato di cultura contadina, tradizione orale, emigrazione, museografia demoetnoantropologica. Nel 2018 gli è stato conferito il Premio internazionale per gli studi demo-etno-antropologici “Giuseppe Cocchiara”.</p>
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		<title>Vito Teti: Restare significa mantenere il sentimento dei luoghi  e camminare per costruire qui ed ora un mondo nuovo</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Dec 2019 12:03:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Abruzzese]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sul n. 4 del 2019, Maria Rosaria La Morgia ha intervistato Vito Teti, professore di Antropologia culturale dell’Università della Calabria, dove ha fondato e dirige il Centro di Antropologie e Letterature del Mediterraneo. Tra le sue pubblicazioni: Il senso dei&#8230; <a href="http://www.rivista-abruzzese.it/vito-teti-restare-significa-mantenere-il-sentimento-dei-luoghi-e-camminare-per-costruire-qui-ed-ora-un-mondo-nuovo/" class="more-link">Continue Reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Sul n. 4 del 2019, Maria Rosaria La Morgia ha intervistato Vito Teti, professore di Antropologia culturale dell’Università della Calabria, dove ha fondato e dirige il Centro di Antropologie e Letterature del Mediterraneo. Tra le sue pubblicazioni: Il senso dei luoghi (Donzelli, 2004; III ed. 2014); Storia del peperoncino (Donzelli, 2007); La razza maledetta (Manifestolibri, 2011); Maledetto Sud (Einaudi, 2013); Pietre di pane (Quodlibet, 2014); Terra inquieta. Per un’antropologia dell’erranza meridionale (Rubbettino, 2015); Fine pasto. Il cibo che verrà (Einaudi, 2015); Quel che resta. L’Italia dei paesi, tra abbandoni e ritorni (Donzelli, 2017); Il vampiro e la melanconia (Donzelli, 2018). </em></p>
<p>M. R. L. M.: C’è un’Italia che sta sparendo, è quella dei piccoli paesi delle aree interne sparsi da Nord a Sud. Ce ne sono alcuni che contano poche decine di abitanti, anche meno. Paesi fantasma dove è sempre più difficile sentire voci per strada, rumori di vita, incontrare bambini e giovani. Case con porte e finestre sbarrate che faticano ad aprirsi anche d’estate. Il cuore dell’Italia che ha un battito sempre più lento e affaticato. Quando se ne parla, lo si fa utilizzando i registri della nostalgia del passato e della retorica, tralasciando di fare i conti con la complessità del presente e la necessità di futuro. Sono temi che ti stanno a cuore, che hai approfondito in diversi libri, penso a<em> Quel che resta: l’Italia dei paesi tra abbandoni e ritorni</em> (Donzelli Editore, 2017), a <em>Pietre di pane &#8211; un’antropologia del restare</em> (Quodlibet, 2011). Saggi densi di riflessioni come i tanti articoli che continui a dedicare all’abbandono, al partire e al restare. E di questo vorrei chiederti. C’ è un termine ricco di suggestioni che usi: “restanza”. Che cosa significa?</p>
<p><em>La situazione dei paesi interni, ma anche di centri urbani e costieri, è quella che delinei tu, con efficacia, nella domanda. Nella scelta o nella “necessità” di “restare” ho visto un possibile, non sufficiente, “antidoto” a uno “svuotamento” dei luoghi, un fenomeno che ha origini remote e recenti e cause diverse (emigrazione, catastrofi, fuga verso le città, crisi delle aree interne, grande emergenza demografica, ecc.). Nessun abitante, nessuna casa. Nessuna casa, nessun paese. Questo viene ricordato da tanti modi di dire diffusi nelle lingue e nei dialetti del Sud e dell’intera Italia. Ho adoperato il termine “restanza” anche con riferimento dialettico e, forse, musicale e letterario, ad erranza, lontananza, dimenticanza, vicinanza. In altri termini “restanza” è un’azione, una pratica, che richiede consapevolezza, “mobilità”: un termine che contiene l’idea di una necessaria dinamicità, inquietudine, disponibilità a camminare e a viaggiare anche da fermi. Restare non è, come potrebbe apparire, l’antitesi del viaggiare, del mettersi in discussione, della disponibilità al disordine, alla scoperta, all’incontro. La “restanza” non è separabile dall’esperienza dell’esodo e del migrare. Le due esperienze vanno comprese assieme. Partire o restare è il dilemma che appartiene alla storia dell’umanità fin dall’antichità e, nel nostro caso, ai luoghi che hanno conosciuto calamità, terremoti, frane, spostamenti, movimenti emigratori. Insomma, la stanzialità e la fuga sono due volti dello stesso fenomeno. Accanto al diritto di migrare, di spostarsi, quasi sempre per costrizione (fame, emergenze climatiche, guerre), si può e si deve rivendicare il diritto complementare di poter restare e di sopravvivere con dignità nel territorio dove si è nati, comunque si configuri la propria “identità”.</em></p>
<p>M. R. L. M.: Restare, quindi, non significa stare fermi, immobili e chiusi nel conservare un passato che non c’è più. C’è qualcosa di diverso nella lettura che tu proponi del restare, qualcosa che mette in crisi la retorica sulle identità locali?</p>
<p><em>Esattamente. Nessun immobilismo, nessun elogio dell’immobilismo o della chiusura. Restare, in un mondo di falsi movimenti, può diventare una forma di viaggio estremo. I “tristi tropici” di cui parlava Lévi-Strauss integrano oggi i nostri luoghi domestici. Restare significa fare mente locale, ma anche disponibilità allo stupore. Non pensare di ripristinare il passato così com’è, non immaginare improbabili restaurazioni. Significa anche non pensare a identità statiche, ad eredità gratuite. Restare comporta quindi riconoscere l’alterità in noi, quell’alterità che un tempo etnografi e antropologi cercavano nelle popolazioni “primitive”, selvagge. Restare allora non ha che fare con la conservazione, ma richiede la capacità di mettere in relazione passato e presente, di riscattare vie smarrite e abitabili, scartate dalla modernità, e di renderle di nuovo vive e attuali. Quello che ieri era arretratezza oggi potrebbe non esserlo più. La montagna improduttiva e abbandonata oggi offre nuove possibilità, nuove risorse, nuove forme di vita. Per mille ragioni anche il restare – ed il restare di chi ha viaggiato o di chi torna – condivide la fatica, la tensione, la nostalgia dell’errare. Restare non significa soltanto contare le macerie, accompagnare i defunti, custodire e consegnare ricordi e memorie, raccogliere e affidare ad altri nomi, soprannomi, episodi di mondi scomparsi o che stanno morendo. Restare significa mantenere il sentimento dei luoghi e camminare per costruire qui ed ora un mondo nuovo, anche a partire dalle rovine del vecchio. Sono i rimasti a dovere custodire memorie, a osservare rovine, a dovere intrattenere un diverso rapporto con i luoghi. Sono i rimasti a dover dare senso alle trasformazioni, a porsi il problema di riguardare i luoghi, di proteggerli, di abitarli, viverli, renderli vivibili. Coloro che sono rimasti si riconoscono anche nei ruderi del passato e nelle rovine della contemporaneità e con la loro nostalgia giungono quasi a mettere in atto strategie di risarcimento nei confronti dei paesi abbandonati. I ruderi e le rovine sono reliquie di corpi spezzati, separati, divisi, frammentati. I ruderi stabiliscono collegamenti tra coloro che sono rimasti e coloro che sono partiti. I “rimasti” fanno scrivere il loro nome in luoghi che non hanno mai conosciuto. I “partiti” mettono il loro nome su una tomba in un paese dove non saranno mai sepolti. In tal modo penseranno di esserci, di essere rimasti, di vivere perché qualcuno passa e guarda la fotografia, dice una preghiera. È questo sentirsi dislocati, fuori luogo e nel luogo a un tempo, deterritorializzati, anche da defunti, che ci fa capire meglio il sentimento dei luoghi. Il villaggio e la comunità da raggiungere non stanno indietro nel tempo, ma vanno raggiunti qui e ora, costruiti giorno per giorno. Anche con scarti, schegge, frammenti – nei margini, nelle periferie – del passato (riconosciuto e risarcito) in un luogo così vicino e così lontano. Restare significa raccogliere i cocci, ricomporli, ricostruire con materiali antichi, tornare sui propri passi per ritrovare la strada, vedere quanto è ancora vivo quello che abbiamo creduto morto e quanto sia essenziale quello che è stato scartato dalla modernità. E ancora volontà di guardare dentro e fuori di sé, per scorgere le bellezze, ma anche le ombre, il buio, le devastazioni, le rovine e le macerie. Anche gli errori, le indifferenze, le apatie del presente. Onde di nostalgie, di rimpianti, di risentimenti attraversano le pietre, le rocce, le grotte, i ruderi, le erbe che nascondono o proteggono le rovine, le piante di fico che accompagnano e provocano la caduta delle abitazioni. Molte persone vivono ancora tenacemente nei paesi che si vanno giorno per giorno spopolando, e sognano una rinascita, una nuova vita per la propria comunità. Le feste che si svolgono nei paesi abbandonati e diroccati svelano questi sottili e controversi legami con i ruderi. Restare comporta, per chi lo fa con consapevolezza, un’attitudine all’inquietudine e all’interrogazione. In un mondo in cui il viaggio avviene attraverso la rete e, almeno in apparenza, tutti i luoghi sono uguali, ugualmente accessibili, un vero e sofferto “spaesamento” appare quello di chi resta “fermo” e “fedele” al luogo di appartenenza, quello di colui che vuole riconoscere e insieme cambiare l’antico. Esiste, infatti, anche lo sradicamento totale di colui che resta fermo in posti che cambiano, di chi si sente straniero nel posto in cui vive. Restare significa cercare, aspettare, incontrare l’altro che oggi viene da noi. Solo chi ha memoria delle antiche pratiche dell’ospitalità (da non enfatizzare e da non ridurre a retorica) può essere disponibile ad accogliere i nuovi erranti insieme ai quali costruire un “nuovo mondo”, in luoghi che hanno avuto un senso e che debbono essere attraversati da nuovi sentimenti. Perché restanza denota non un pigro e inconsapevole stare fermi, un attendere muti e rassegnati. Indica, al contrario, un movimento, una tensione, un’attenzione. Richiede pienezza di essere, persuasione, scelta, passione. Un sentirsi in viaggio camminando, una ricerca continua del proprio luogo, sempre in atteggiamento di attesa: sempre pronti allo spaesamento, disponibili al cambiamento e alla condivisione dei luoghi che ci sono affidati. Un avvertirsi, appunto, in esilio e stranieri nel luogo in cui si vive e che diventa il sito dove compiere, con gli altri, con i rimasti, con chi torna, con chi arriva, piccole utopie quotidiane di cambiamento. Disponibili anche allo scacco, all’insuccesso, al fallimento, al dolore.</em></p>
<p>M. R. L. M.: Negli ultimi anni in tanti invocano un ritorno al passato, un mondo meno globalizzato. C’è nostalgia del “piccolo è bello” e cresce il richiamo alle tradizioni interpretate come segno di un’identità forte e autosufficiente. Si alzano muri, metaforici, mentre crollano i ponti?</p>
<p><em>Verissimo. Uno dei motivi dei miei lavori è che non è possibile mai “tornare” al punto di partenza, alla “patria perduta”. “Non si torna”, come in un certo senso “non si resta”. Contro l’immagine della nostalgia come rimpianto delle piccole patrie, di un mondo paradisiaco perduto, come “retrotopia” (cito Bauman) che inventa un buon tempo antico mai esistito, bisogna affermare un’altra concezione della nostalgia (presente ad esempio in una tradizione che va da Baudelaire a Roth, da Alvaro a Pasolini) come critica del presente, come strategia per affermare una presenza in un mondo dominato dall’ossessione di un presente perenne e incapace di immaginare il futuro. Occorre una “nostalgia attiva”, che sappia custodire memorie del mondo passato, ma non si accontenta dello status quo, delle devastazioni in atto, ed è capace di “guardare avanti”, di inventare qualcosa di nuovo, un altrove abitabile e possibile. Più conosciamo la nostra storia, più abbiamo memoria di noi stessi e meglio comprendiamo che anche la nostra è un’identità (termine ambiguo e controverso) mobile, aperta, esito di arrivi, partenze, ritorni, mescolanze. Le idee e anche le persone viaggiano e l’homo sapiens si è spostato anche in presenza di muri, muraglie, montagne inaccessibili, oceani e foreste sconfinate. Nessuna barriera e nessun muro potrà fermare processi in atto con i quali è bene, invece, fare i conti, con consapevolezza, senso di responsabilità, creando legami e ponti, conservando la nostra umanità, senza paure inventate, senza cedere a retoriche e a linguaggi violenti, disumani.</em></p>
<p>M. R. L. M.: Le macerie della crisi economica e quelle dei terremoti si sono sommate distruggendo la speranza e generando paura. Un ammasso informe che rende difficile la ricostruzione, molto più difficile di quella del dopoguerra. Sembra che la speranza di futuro sia morta e con lei la capacità di mettersi in gioco, di assumersi la responsabilità del fare e del dire?</p>
<p><em>Resto sgomento, oggi, nel leggere che sui social, dopo l’annegamento di centinaia di persone nel Mediterraneo, sono in molti a dire ai pesci: buon appetito. Passa la voglia di parlare, di scrivere, di fare. Eppure è in questi momenti che forse dobbiamo affermare i valori positivi della nostra civiltà che (accanto a tanta barbarie) ha saputo parlare di fratellanza, pietà, misericordia, accoglienza, rispetto della vita, amore per il prossimo. Prima di tutto “restare” persone con una umanità che ti porta a salvare altre vite umane, poi si può discutere come affrontare e gestire un fenomeno che crea paure e insicurezze, anche comprensibili, ma che non può essere cancellato nemmeno con parole rozze, orribili, terribili che potrebbero portare verso nuovi eccidi, verso nuovi Lager, verso la fine dell’umano e la fine del pianeta. Dalla crisi economica e dalle catastrofi in atto non si esce con la paura, pure comprensibile. Forse l’Occidente, le pance piene e obese del nostro mondo, dovrebbe prendere atto delle responsabilità che ha avuto, dopo secoli di colonialismo, per la miseria, le guerre, i mutamenti climatici che spingono milioni di persone a lasciare, perché costretti, le loro terre. Forse dovremmo pensare che non è possibile “creare muri” per fermare i grandi mutamenti climatici che oggi provocano cataclismi, temperature elevate, freddi record, scioglimento di ghiacciai anche da noi. Non so se siamo ancora in tempo, ma dovremmo fermarci, invertire senso di marcia, affermare un altro modello di “sviluppo”, avere cura dei paesi e dell’intero pianeta. Mi fa piacere il riferimento allo slancio, all’energia, alla capacità di reagire delle nostre comunità nel secondo dopoguerra. Poi, forse, abbiamo dimenticato quella fatica, il legame con la terra e dal poco siamo passati al troppo. Ma “assai è come il niente” dice un proverbio delle nostre terre e non possiamo perire anche di “assai”, di “eccessi”, di abbondanza sfrenata, di consumi inutili ed esagerati che portano alla distruzione delle acque, dei boschi, dei mari, delle montagne, della vita. Bisognerebbe riscoprire un senso “sacrale”, religioso, anche laico, dei beni, che sono di tutti e non dei pochi grandi potenti della terra.</em></p>
<p>M. R. L. M.:<em> </em>In questo nostro tempo si parla tanto di memoria, ma si studia sempre meno la storia, si ignora la complessità del passato, e questo rende più difficile immaginare il futuro. Prima hai citato la “retrotopia” e l’uso che ne viene fatto: forse avremmo bisogno di un po’ più di utopia, anche per ridare vita ai piccoli centri dell’entroterra?</p>
<p><em>Sono d’accordo e, in parte, ne abbiamo già accennato. Anche la memoria viene invocata in maniera retorica e strumentale e poi facciamo ben poco per custodirla in maniera viva e non mummificata. Meno abbiamo memoria e meno possiamo immaginare il futuro, vivendo in una sorta di eterno presente in cui tutto si consuma velocemente, tutto accade in un attimo e manca qualsiasi attenzione e cura per quello che avverrà dopo. Avremmo bisogno, come dici tu, di più utopia, di un pensiero utopico diverso dalle grandi e nobili Utopie del passato. Piccole “utopie” quotidiane, minuti gesti esemplari, cura per la propria casa e per la casa degli altri, creazione di nuovi luoghi di socialità e di incontro, apertura (e non chiusura) di scuole, musei, biblioteche anche nei più isolati e marginali paesi, che oggi vengono descritti come periferici, ma che domani potrebbero acquistare una nuova centralità. Ognuno di noi può fare qualcosa. Può essere determinante. Bisogna essere capaci di intercettare, di dare un senso “politico” e prospettico, a tante realtà, associazioni, gruppi, movimenti che dal basso, senza clamore, con fatica, senza il sostegno delle istituzioni e di chi governa, resistono, non si rassegnano, affermano un’altra Italia diversa da quella che ci viene consegnata dai twitter di chi governa o, per meglio dire, decide e comanda sempre guardando al proprio interesse e agli interessi di chi più ha, dei ceti sociali egoisti, potenti, ricchi, rancorosi e angusti che utilizzano il disagio e le sofferenze dei poveri, degli altri, del presunto nemico interno ed esterno, per difendere i propri privilegi. Bisogna che questa Italia che resiste, non si rassegna, non accetta le logiche e i valori dominanti si faccia sentire di più, diventi protagonista di un nuovo progetto di mutamento che guardi, davvero, agli ultimi, ai poveri, alle “schegge”, alle “reliquie”, alle memorie che costituiscono forse l’unica possibilità per salvare un mondo che sembra avviarsi verso la fine. Anche dai piccoli paesi, dai margini, dai luoghi dove molti ritornano ed operano, guardando al mondo, senza chiusure, possono partire modelli, valori, parole, linguaggi, saperi, pratiche comunitarie, produttive, sociali per salvare se stessi e il mondo intero.</em></p>
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		<title>Riconoscimento unesco e marketing territoriale</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Aug 2015 08:56:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Abruzzese]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Architettura e urbanistica]]></category>
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		<description><![CDATA[Riconoscimento unesco e marketing territoriale. L’abruzzo e il suo “capitale nascosto” visti dall’expertise. Il presente saggio consegna alcuni risultati empirici dell’esplorazione qualitativa (osservazione partecipante) di un campo di significati nel contesto regionale abruzzese: tradizioni, crisi, economia, turismo, riconoscimento UNESCO, sviluppo.&#8230; <a href="http://www.rivista-abruzzese.it/riconoscimento-unesco-e-marketing-territoriale/" class="more-link">Continue Reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p><strong>Riconoscimento unesco e marketing territoriale.</strong></p>
<p>L’abruzzo e il suo “capitale nascosto” visti dall’expertise.</p></blockquote>
<p>Il presente saggio consegna alcuni risultati empirici dell’esplorazione qualitativa (osservazione partecipante) di un campo di significati nel contesto regionale abruzzese: tradizioni, crisi, economia, turismo, riconoscimento UNESCO, sviluppo. Come ogni ricerca etnografica, questo resoconto è influenzato dalla condizione della sottoscritta, <em>antropologa nativa</em>; dalla condivisione di specifiche convenzioni e decifrabilità espressive “regionali”; dall’obiettivo finale della ricerca, che è di individuare sinergie e dinamiche partecipative (<em>bottom to up</em>) rivolte all’autostima, alla civilizzazione e allo <em>sviluppo culturale</em> regionale, prima ancora che economico. Parallelamente, è stata condotta una osservazione di altri contesti italiani attivi nella patrimonializzazione UNESCO (Lombardia, Alto-Adige)<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>. L’osservazione è partita nel 2009: all’indomani del sisma che ha colpito il Capoluogo e che in Abruzzo ha anticipato l’onda d’urto della crisi economica globale, il flusso della comunicazione pubblica ha cominciato a indicare la necessità di riconsiderare a fini turistici e commerciali il “capitale nascosto” dell’Abruzzo, ovvero i suoi “giacimenti culturali”: tradizioni, gastronomia, monumenti, opere d’arte e bellezze paesaggistiche che, essendo inimitabili, rappresentano il principale vantaggio competitivo nel panorama globale. Nel giro di alcuni anni, l’aspirazione ad ottenere il “bollino UNESCO” si è diffusa come una sorta di contagio. Per esempio, dalle cronache dei giornali regionali si apprende che a Bucchianico «la Festa dei Banderesi diventa manifestazione patrocinata dall’UNESCO» e che «dopo i riconoscimenti di Provincia e Regione, questo evento di carattere storico-religioso che affonda le radici nel XIII secolo ha conquistato un altro importante traguardo: il marchio dell’UNESCO»<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>. Inoltre, a Chieti opera una Commissione del Consiglio Comunale appositamente finalizzata al riconoscimento della processione del Venerdì Santo come Patrimonio dell’UNESCO, con un recente aumento di interesse da parte della cittadinanza: «Tenuto conto che la città dell’Aquila con la sua <em>Perdonanza Celestiniana</em> ambisce a tale riconoscimento (…) e che lo stesso rappresenterebbe un importante volano per il turismo della città di Chieti la quale ha, proprio nella Processione del Venerdì Santo, la più sentita e partecipata manifestazione del proprio calendario annuale, si chiede di apprendere lo stato dell’arte relativo all’iter di riconoscimento da parte dell’UNESCO»<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>. Che la cittadinanza di Bucchianico desideri amplificare il prestigio della sua tradizione folklorica è comprensibile, come pure è evidente che la cittadinanza teatina, sull’onda della domanda di iscrizione “singola” presentata dall’Aquila nel 2010 – e purtroppo non ancora andata a buon fine – voglia ribadire il suo prestigio e sostenere un particolare aspetto della sua cultura orale che realizza un “patrimonio intangibile”, immateriale o volatile che dir si voglia, ovvero la sua particolare processione del Venerdì Santo. Però, dal punto di vista dell’expertise, questa “biopolitica patrimoniale” scaturita dalla <em>crisi post-sismica </em>è una maniera per elaborare la perdita patrimoniale dell’Aquila e per garantire il futuro in momenti in cui tutto sembra cadere a pezzi. E affidarsi a un’idea di valorizzazione del patrimonio culturale intangibile che sia separata dall’esperienza delle persone rischia di seguire la strada propagandistica di “garantire un risultato” solo nell’immaginazione. Collocando il bene culturale intangibile, ovvero la tradizione, in un utopistico e mediatico <em>tempo senza storia</em>, esso viene privato delle sue basi sociali e reso più fragile. Le tradizioni, infatti, vivono nella quotidianità del presente, nelle relazioni tra le persone. Il valore storico irriducibile è connesso tanto ai beni culturali immateriali, appunto le tradizioni, quanto in quelli materiali, ambientali e paesaggistici che, insieme, formano il patrimonio culturale e che, per il loro particolare rilievo storico ed estetico, costituiscono la ricchezza di un luogo e della relativa popolazione, dunque hanno <em>interesse pubblico</em>. Certamente non è peregrina l’idea di un chiedere l’iscrizione nella lista UNESCO di alcuni aspetti del patrimonio culturale intangibile abruzzese. Secondo l’<em>United Nations World Tourism Organization</em> (da cui l’acronimo UNWTO) l’attenzione per il patrimonio culturale è in crescita ed entro il 2020 il volume turistico triplicherà, dirigendo il suo interesse soprattutto verso la scoperta e la partecipazione di forme di vita originali e alternative. Tuttavia il turismo di massa, accrescendo il fatturato degli alberghi, dei trasporti, della ristorazione e del commercio, inevitabilmente stravolgerebbe gli ambienti che non avessero precedentemente valutato e pianificato la sostenibilità di un’alta concentrazione di visitatori. Come afferma l’expertise, “i monumenti sono abitati”<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>, cioè le <em>persone del luogo</em> patrimonializzano il loro “bene culturale” secondo una stratificazione di usi, costumi ed emozioni, sviluppando tattiche di proprietà o, in senso opposto, atteggiamenti di resistenza e ironia. Nel corso del tempo, le forme di vita vengono riclassificate e nel corso di una generazione possono passare dalla condizione di “vergogna nazionale” a quella di monumento esemplare. Si pensi ai Sassi di Matera o ai Trulli di Puglia: il mutamento progressivo del loro senso (da espressione di miseria a espressione patrimoniale) è la conseguenza del disallineamento di poteri e significati tra la popolazione locale, le egemonie locali e l’expertise la quale, operando nella direzione dello “sbilanciamento”, svolge una funzione pioneristica e di impulso al cambiamento. Quando una forma di vita locale diviene “monumento nazionale e internazionale”, nel suo micro-contesto entrano in scena nuovi fruitori, nuovi protagonisti, nuove performances, nuove relazioni, nuovi insediamenti e nuove conflittualità (si pensi alle speculazioni urbanistiche e alle pressioni politiche). In questo flusso, i professionisti del patrimonio culturale – ovvero l’expertise – stimolano il rinnovamento e le operazioni di mediazione e ricollocamento (tra locale e globale) del bene materiale, ambientale, paesaggistico o, appunto, “intangibile”. I beni <em>non materiali</em>, già di per sé molto delicati, vanno sempre contestualizzati nel sistema culturale nel quale vivono, che oggi per giunta è così glocale e complesso, così fluido e variabile, da evidenziare ulteriormente la particolare “natura” di questa “cultura”, ovvero la particolare fragilità delle tradizioni popolari<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>. I saperi, le credenze, i modi di vivere e di pensare, non possono essere mummificati in nome della salvaguardia, né riprodotti in modo passivo e stereotipato. Analizziamo, per esempio, il Rituale di Cocullo: nella moderna idea di tradizione come <em>processo culturale</em>, il suo essere un “patrimonio intangibile” va individuato non in “ciò che è fedele al passato” (prospettiva che rischierebbe di trasformare il Rituale in uno sterile rifacimento con aspirazioni di autenticità), ma in qualcosa che può essere riconosciuto solo adottando la nozione di “stile” quale chiave di identificazione dei modi di produzione e consumo del bene<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a>. La tradizione non è un ipotetico prolungamento del passato nel presente; dunque l’individuazione, inventariazione e salvaguardia del Rituale di Cocullo non può disconoscere tutti quei partecipanti che si armano di macchina fotografica quale strumento popolare contemporaneo individuato per “condividere il sacro”. Le tradizioni popolari sono una forma di cultura e questo rinnovamento della partecipazione a Cocullo gioca una funzione intrinseca nel disallineamento di poteri e significati tra la popolazione locale, le egemonie politiche, i media e l’expertise. Il senso da dare alla tutela e della valorizzazione dei Beni Culturali Immateriali è estremamente dibattuto e, in tal senso, le teorie demo-etno-antropologiche italiane, assieme a quelle francesi, sono all’avanguardia. L’<em>United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization</em> (da cui l’acronimo UNESCO) si pone da decenni l’obiettivo di salvaguardare i capolavori tradizionali per evitarne la scomparsa. Perciò, così come era già stato fatto per tutelare i beni culturali, nel 2003 è stata stipulata la <em>Convenzione</em> <em>per la Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale</em> con annessa lista mondiale rappresentativa. Attualmente l’elenco comprende centinaia di patrimoni immateriali di tutto il mondo, tra cui solo cinque patrimoni italiani: l’<em>Opera dei Pupi siciliani</em> (iscritta nel 2001), il <em>Canto a tenore della cultura pastorale sarda</em>  (2005), la<em> Dieta mediterranea</em> (2010), l’<em>Artigianato tradizionale del <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Violino">violino</a></em> a Cremona (2012), e infine la <em>Rete delle grandi macchine a spalla</em> (2013), che associa le città di Viterbo, Nola, Palmi e Sassari. L’inserimento di queste tradizioni nella lista dei Patrimoni Orali e Immateriali dell&#8217;Umanità ha avuto ricadute socio-economiche, ma di qualità e durata variabile. Che il pedaggio da pagare al turismo di massa possa diventare oneroso in termini di frizioni, conflittualità e degrado ambientale è un dettaglio forse sfuggente per la comunicazione pubblica regionale, ma non per l’UNESCO, che per questo ha da tempo modificato le condizioni d’iscrizione alla lista secondo questa direzione: ogni anno, ciascun Paese può avanzare non più di due candidature (una per i beni culturali e l’altra per quelli paesaggistici), e deve garantire la sostenibilità socio-ambientale delle sue proposte. Preparare il dossier di candidatura, inoltre, comporta un gran lavoro da parte dei portatori d’interesse, nonché investimenti per svariate migliaia di euro a carico di chi, a livello locale, propone la candidatura. Per giunta l’iscrizione, una volta ottenuta, va mantenuta, cosicché il record italiano di oltre quaranta realtà culturali e paesaggistiche “certificate” dall’UNESCO – nessuna delle quali è in Abruzzo – rischia di decrescere. Infatti, i controlli sui beni inseriti nella lista sono settennali, ma dietro segnalazioni e denunce possono arrivare ispezioni e si può essere espulsi o declassati, finendo ad esempio nelle liste speciali delle realtà pregevoli che però si trovano “in condizione di pericolo” a causa del disinteresse della popolazione locale (emersione di indifferenza, corruzione o conflittualità intorno al bene, abusivismo edilizio, inquinamento ambientale, perdita o distruzione del bene o di parte di esso). L’UNESCO e la relativa Commissione italiana non possiedono strumenti finanziari (le pratiche di candidatura avvengono tramite il MiBACT, che fa da interfaccia tra le comunità di eredità e l’UNESCO), dunque la vigilanza sulla corretta tutela e valorizzazione spetta al comune in cui si trova la realtà culturale che è stata riconosciuta pregevole. Insomma, l’iscrizione nella lista UNESCO rientra in una dimensione immaginaria e di per sé non sufficiente ad attirare turismo e investimenti; anzi, in determinate condizioni essa può registrare effetti controproducenti<a href="#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a>. Pur presentando il vantaggio di un’immagine civilizzata e internazionale, essa alimenta aspettative che, in quanto tali, possono rivelarsi effimere o concrete a seconda della maggiore o minore coesione della comunità culturale, delle professionalità messe in gioco e del progetto di marketing territoriale che sottende all’intera iniziativa. Per evitare campanilismi, conflittualità ed effetti boomerang, l’expertise politica, giuridica ed etno-antropologica che lavora all’applicazione della Convenzione UNESCO del 2003 ha implementato, nell’ambito delle candidature, il senso e il ruolo delle “comunità di eredità”, il quale era già stato formalizzato nella <a href="http://www.marcopolosystem.it/attachments/article/11/convenzione%20di%20faro.pdf">Convenzione Europea di Faro</a> (2005), sicché la verifica dell’effettivo valore che l’eredità culturale offre alla sua società (in sintesi, le ricadute sociali) è stata progressivamente rafforzata fino a condizionare… l’iscrizione stessa. Scendere in questo dettaglio sarà senz’altro utile per il lettore desideroso di approfondire tale tematica. La Convenzione di Faro, ratificata dall’Italia nel gennaio del 2013, muove dal concetto che la conoscenza e l’uso dell’eredità culturale rientrano fra i diritti dell’individuo a prendere parte alla vita culturale della comunità e a godere liberamente delle sue arti popolari<a href="#_ftn8" name="_ftnref8">[8]</a>; dunque la Convenzione di Faro, integrando gli altri strumenti internazionali esistenti, chiama le popolazioni a svolgere un ruolo attivo nel riconoscimento dei valori dell’eredità culturale, e invita gli Stati a promuovere un processo di valorizzazione partecipativo e democratico, fondato sulla sinergia fra pubbliche istituzioni, cittadini privati, associazioni<a href="#_ftn9" name="_ftnref9">[9]</a>. La tutela dell’heritage, secondo le nuove direttive UNESCO, si traduce dunque nella salvaguardia consapevole di un reticolo narrativo che è intessuto di migliaia di microcosmi e che assomiglia più a un intricato quartiere che alla strada a senso unico del bollino UNESCO da esibire come “fiore all’occhiello”, la quale viene giustamente scoraggiata dalla stessa organizzazione internazionale<a href="#_ftn10" name="_ftnref10">[10]</a>, con effetti prospettici che possiamo sintetizzare nel seguente quadro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<table>
<tbody>
<tr>
<td width="276"><em>Visioni pubbliche attualmente diffuse sul territorio abruzzese</em></td>
<td width="300"><em>Direttive diffuse dai Comitati Intergovernativi UNESCO nel corso degli ultimi dieci anni </em></td>
</tr>
<tr>
<td colspan="2" width="576"><em>In cosa consiste l’iscrizione di un Bene Culturale Immateriale</em><em>nella lista dei Capolavori dell’Umanità?</em></td>
</tr>
<tr>
<td width="276">Iscrizione individuale del singolo bene culturale intangibile</td>
<td width="300">Iscrizione di rete di un sistema di beni culturali su base associativa</td>
</tr>
<tr>
<td width="276">Premio istituzionale concesso dall’alto verso il basso (up to bottom)</td>
<td width="300">Forma di autotutela dichiarata dal basso verso l’alto (bottom to up)</td>
</tr>
<tr>
<td width="276">Iscrizione come segno di prestigio campanilistico e forte richiamo turistico-economico</td>
<td width="300">Scelta di vita comunitaria intesa come salvaguardia di valori socio-culturali locali</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p><em> </em>Nel prolungarsi della crisi economica, le istituzioni locali rischiano di approcciare gli strumenti politici della salvaguardia in modo riduttivo perché, in mancanza di programmazione territoriale e di “buone pratiche”, l’idea di richiedere una serie di iscrizioni nella lista UNESCO al fine di sollevare l’economia potrebbe tradursi in una ulteriore deriva o crescita illusoria. Per esempio, ci sarebbe il rischio di individuare l’heritage sulla base di criteri non relazionali e creativi, bensì assolutistici, conservativi ed etnocentrici. Sulla base di una comparazione qualitativa e quantitativa trentennale (1984-2014), i dati socioeconomici denunciano che, rispetto ad altre regioni italiane del Centro-Nord, le famiglie e le comunità hanno perso coesione; che l’indice medio dell’istruzione e delle competenze creative non cresce e da questo consegue la diminuzione della competitività economica; che aumentano l’alcolismo e le dipendenze; che le aspirazioni, le interazioni e i bisogni vengono affidati al mero calcolo, all’irrazionalità, al pregiudizio, all’aggressività, producendo ulteriori fratture e disuguaglianze socioculturali<a href="#_ftn11" name="_ftnref11">[11]</a>. Restando nel livello della generalizzazione, l’emersione giudiziaria di azioni scorrette da parte del ceto dirigente ha scardinato lo status quo e ha lasciato fluire il dramma delle pulsioni, dei desideri repressi, delle ipocrisie di una cultura politica illusa di risolvere i propri conflitti attraverso transazioni non risolutive, tattiche temporanee, galleggiamenti utilitaristici e a corto raggio. Purtroppo, questa società nell’ultimo decennio ha teso a gestire in modo patriarcale e auto-referenziale il benessere “ereditato”, cioè ha disincentivato il talento e gli elementi favorevoli al progresso culturale, tecnologico ed economico, ivi compresa la tutela dei beni culturali e del paesaggio. Insomma il ceto dirigente ha dirottato le risorse verso le proprie “rendite di posizione” anziché rivolgerle verso usi produttivi come il rinnovamento del “capitale umano”; in tal modo, si sono creati vincoli socio-istituzionali che attualmente realizzano il “marketing territoriale” al rovescio<a href="#_ftn12" name="_ftnref12">[12]</a>. Va qui specificato che il marketing territoriale è non certo una promozione pubblicitaria, bensì l’elaborazione di una strategia che garantisca lo sviluppo di un comprensorio nel  lungo periodo , ovvero un’attività di concertazione moderna e complessa resa necessaria dalla competizione tra territori globali. Per la sua esecutività serve un’expertise attrezzata a competere in situazioni difficili e abile nel costruire reti di comunicazione, mediazione, gestione, reperimento di finanziamenti. Anche in Abruzzo opera la nuova generazione dei lavoratori della conoscenza che, nel presente saggio, indichiamo come <em>expertise</em>: ma si tratta di una professionalità che rischia la marginalizzazione e l’espulsione (la cosiddetta <em>fuga dei cervelli</em>). Tra le risorse abruzzesi in perdita, dunque, c’è il capitale umano,  che sarebbe il principale fattore di attrazione territoriale nei confronti del capitale “finanziario”. Nel presente quadro sinottico, sul lato sinistro ho sintetizzato una serie di “valori indicativi” che nelle quattro cornici attraverso le quali si distribuisce il flusso culturale contemporaneo (istituzioni, mercato, vita quotidiana, movimenti) tendono a prevalere sui valori indicati sul lato destro, i quali, secondo l’ottica democratica e partecipativa proposta dall’UNESCO e dal Consiglio d’Europa, sarebbero più flessibili, positivi e vincenti<a href="#_ftn13" name="_ftnref13">[13]</a>. Ovviamente, tale contrapposizione soffre del noto e discutibile <em>dualismo ermeneutico occidentale</em>, ma può risultare utile come espressione empirica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<table width="576">
<tbody>
<tr>
<td colspan="2" width="576"><em>Prevalenza di elementi culturali nelle comunicazioni pubbliche provenienti da:</em><em> </em></td>
</tr>
<tr>
<td width="287"><em>Ambito politico istituzionale ed egemonico </em></td>
<td width="289"><em>Ambito pioneristico dell’expertise</em></td>
</tr>
<tr>
<td width="287">Identità culturale ed etnica</td>
<td width="289">Creatività interculturale</td>
</tr>
<tr>
<td width="287">Esacerbazione del copyright e delle rendite di posizione</td>
<td width="289">Cultura del dono, della generosità sociale e della libera circolazione delle idee</td>
</tr>
<tr>
<td width="287">Interpretazione statica delle tradizioni</td>
<td width="289">Interpretazione dinamica delle tradizioni</td>
</tr>
<tr>
<td width="287">Purezza culturale del bene</td>
<td width="289">Porosità della performance del bene</td>
</tr>
<tr>
<td width="287">Individuazione delle forme autentiche del bene</td>
<td width="289">Individuazione degli stili culturali del bene</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
<p>Attualmente, sarebbe dunque opportuno correggere questo modo di procedere dualistico, che realizza iniziative frammentarie e dispersive tanto nell’ambito istituzionale della salvaguardia, quanto nell’ambito pioneristico dell’expertise. E sarebbe opportuno aprire un dialogo tra due dimensioni che sembrano così contrapposte, con l’effetto di creare innovazione, porosità, scambi di vedute. L’Ente più lacunoso, in tal senso, è la Regione, a cui sarebbe spettato il compito di mettere l’expertise in sinergia con l’ambito istituzionale, dando vita ad una organica programmazione territoriale. Oggi, nella miriade di leggi regionali del Settore Cultura, troviamo assistenza, tutela e sostegno (spesso tradotto in finanziamento) a manifestazioni di ogni tipo; norme in materia di promozione culturale, di Musei di Enti locali o di interesse locale; ma in materia di Patrimonio Culturale Intangibile non troviamo nulla, nonostante l’obbligo di ottemperare alla disciplina internazionale e nazionale, a seguito della ratifica italiana della Convenzione UNESCO e della Convenzione di Faro, cada in capo agli Enti Territoriali<a href="#_ftn14" name="_ftnref14">[14]</a>. E mentre altre regioni si sono da anni attivate nella direzione del marketing territoriale e della <em>governance</em> nel campo dell’heritage, in Abruzzo dobbiamo accontentarci delle “buone pratiche”. È infatti su questa base che il Consiglio Regionale d’Abruzzo il 22 gennaio 2013 ha riconosciuto la rappresentatività culturale di un singolo elemento di heritage con una legge che concede al piccolo paese di Cocullo un contributo annuale per la gestione e per la salvaguardia del suo patrimonio culturale festivo, in quanto esso rappresenta un interesse non più paesano e comprensoriale, ma regionale<a href="#_ftn15" name="_ftnref15">[15]</a>. Pur apprezzando la presenza di questo piccolo e iniziale intervento di salvaguardia da parte del Consiglio Regionale, va segnalata la necessità di procedere con una legislazione che metta in primo piano le competenze nel campo del patrimonio culturale immateriale e che regolamenti una volta per tutte questo settore così delicato. Nelle more di un’auspicata – e comunque tardiva – legge regionale di Salvaguardia del Patrimonio Culturale Intangibile, gli stake holders di Cocullo (Pro Loco, Pubblica Amministrazione, Associazione Culturale, Centro Studi) continuano a concertare l’implementazione delle loro “buone pratiche di tutela e progettualità dal basso” in sinergia con l’expertise demo-etno-antropologica, che così sperimenta un definitivo superamento della documentazione etnografica classica ed elabora metodologie partecipative più idonee, sostenibili e accessibili per le nuove sensibilità culturali. Per esempio, dalle ultime vicende di questa “comunità di eredità”, è emerso che per i diretti interessati la candidatura UNESCO non è centrale; semmai, la piccola comunità appenninica si dichiara disponibile a sperimentare metodi di ricerca collaborativa nella prospettiva di un inventario partecipativo e “in rete” con altre comunità devozionali appenniniche o addirittura mediterranee. Contrariamente alle realtà che centralizzano l’elemento campanilistico e festivo in senso stretto, a Cocullo è dunque in atto un <em>work in progress</em> sulle volontà e gli orientamenti locali, per i quali una eventuale candidatura rimane secondaria rispetto all’autotutela del loro contesto culturale specifico. Tra queste argomentazioni teoriche e pratiche sulla tutela dei “patrimoni intangibili”, c’è un aspetto che risulta forse più “popolare” e accessibile per la cittadinanza abruzzese, perché è intrecciato alla storia e alla vita delle circa trecento comunità (di paese, contrada, congrega, associazione o quartiere) che ogni giorno si attivano nella salvaguardia dell’heritage regionale: parliamo ovviamente delle Pro Loco, associazioni locali finalizzate alla promozione e allo sviluppo del territorio. Si tratta di strutture decentrate di volontariato, non di rado trainate da figure carismatiche, attualmente coordinate nelle forme di una unione nazionale (UNPLI) che, nel rispetto dell’autonomia individuale delle singole Pro Loco, cerca di realizzare una forma di marketing del territorio nazionale attraverso una programmazione comune. Grazie proprio al suo essere una “rete democratica e partecipativa”, l’UNPLI è stata accredita nel giugno 2012 presso il Comitato intergovernativo UNESCO per la salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale previsto dalla Convenzione del 2003, diventando di diritto una ONG attiva nei processi di salvaguardia e, dimostrando di avere vertici lungimiranti, non ha esitato a coinvolgere l’expertise demo-etno-antropologica nazionale nei suoi progetti di individuazione, documentazione e salvaguardia dei saperi popolari. In conclusione, la critica intellettuale, per essere credibile, efficace  e dotata di prospettiva, deve necessariamente saldarsi alla capacità di formulare proposte concrete e attuabili in dialogo con le istituzioni e la cittadinanza. In tal senso, essere propositivi è la maggiore responsabilità che attende l’expertise regionale nel campo dell’heritage, e di questo la Pubblica Amministrazione sarà obbligata a tenere conto. L’Abruzzo ha urgente bisogno di una normativa regionale sul Patrimonio Intangibile che sia calzata su misura e che metta in primo piano la sostenibilità e le ricadute sociali della salvaguardia; dunque, non un rozzo “copia e incolla” dalle normative delle regioni che già si sono messe in regola, ma la ponderata “messa a sistema” di iniziative frammentarie e dispersive che oggi faticano il proprio compimento e rischiano di ingenerare illusioni e frustrazioni presso una cittadinanza regionale che nell’ultima decade è stata fin troppo provata. Una simile legislazione dovrebbe davvero “fare la differenza” perché l’Abruzzo non patisca più il ritardo, la disorganizzazione e la disuguaglianza rispetto a regioni italiane più attive nel campo dell’heritage e nel relativo found-raising europeo, il quale rappresenta l’unico elemento di vantaggio economico per i territori che, con o senza il bollino UNESCO, hanno finora tutelato o il loro Patrimonio Culturale Intangibile e, attraverso una sorta di rinnovamento del “patto sociale”, si impegnano a proseguire il loro percorso di civilizzazione e rispetto. La salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale è una battaglia di metodi, di obiettivi, di confronti, di cambiamento, di capacità di tenere insieme livelli diversi creando “strutture di dialogo” che mettano in relazione esperienze e bisogni diversi. In tutta evidenza, questo lavoro di tutela UNESCO del Patrimonio Culturale Immateriale non si riduce all’individuazione, alla catalogazione e alla “marchiatura” di un elemento tradizionale, per prestigioso e irriducibile che esso sia. Investire sul Patrimonio Culturale significa investire sulla cultura, sull’auto-stima, sul turismo sostenibile. In tal senso, i migliori operatori potrebbero individuarsi nelle Pro Loco decise ad orientare il loro volontariato in progetti di “valorizzazione territoriale” condotti in dialogo con l’expertise. Utili spunti di comparazione interregionale e internazionale saranno oggetto di ulteriori saggi per la Rivista Abruzzese.</p>
<p><strong>Lia Giancristofaro</strong></p>
<p><em>The UNESCO </em><em>acknowledgement </em><em>missing a territorial marketing. Abruzzo and its “hidden capital” seen by the expertise</em>. Key words: cultural assets, UNESCO, earthquake, economy, culture, heritage, development, sustainability.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> La comparazione con gli altri contesti regionali qui è stata eliminata per motivi di spazio; ne daremo conto in saggi successivi.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Il Centro, 23 marzo 2011.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Il Centro, 8 febbraio 2014; Cityrumors, 8 febbraio 2014.</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Daniel Fabre, Anna Iuso, <em>Les monuments sont habités</em>, Paris, Maison des Sciences de l’Homme, 2010, pp. 25-26.</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> Antonio Arantes, <em>Heritage as culture. </em><em>Limits, Uses and Implications of Intangible Cultural Heritage Inventories</em>, in <em>Intangible Cultural Heritage and Intellectual Property</em>, a cura di Toshi Kono, Cambridge, Intersentia, 2009.</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> Alberto Mario Cirese, <em>Beni volatili, stili, musei</em>, Roma, Ori, 2007.</p>
<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> Berardino Palumbo, <em>Le alterne fortune di un immaginario patrimoniale</em>, «Antropologia Museale», X, 1, 2011.</p>
<p><a href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> Tale diritto è sancito nella <em>Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo</em> (Parigi 1948) e garantito dal <em>Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali</em> (Parigi 1966).</p>
<p><a href="#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a> L’art. 2 della Convenzione di Faro spiega che le “comunità di eredità” sono costituite da <em>persone che attribuiscono valore a degli aspetti specifici dell’eredità culturale, che desiderano, nell’ambito di un’azione pubblica, sostenere e trasmettere alle generazioni future</em>.</p>
<p><a href="#_ftnref10" name="_ftn10">[10]</a> La letteratura internazionale da tempo sollecita cautele in tal senso. Cfr. per esempio Pietro Clemente, <em>Oltre il folklore. Tradizioni popolari e antropologia nella società contemporanea</em>, Roma, Carocci, 2001; Hugues de Varine, <em>Le radici del futuro. </em><em>Il patrimonio culturale al servizio dello sviluppo locale</em>, Bologna, Clueb, 2005; Antonio Arantes, <em>Limits, Uses and Implications of Intangible Cultural Heritage Inventories</em>, in <em>Intangible Cultural Heritage and Intellectual property</em>, New York, Intersentia, 2009; Antonio Arantes, <em>Beyond Tradition: Cultural Mediation in the Safeguarding of ICH</em>, in <em>Anthropological Perspectives on Intangible Cultural Heritage</em>, Springer, New York, 2013.</p>
<pre><a href="#_ftnref11" name="_ftn11">[11]</a> Cfr. per esempio Mario Santucci, <em>Per l’Abruzzo. Appunti e spunti di riflessione socio-economica</em>, 
L’Aquila, CRESA, 2011; Giulia Paola Di Nicola, Eide Spedicato Iengo, <em>Gli adolescenti e la famiglia 
ieri e oggi. VIII indagine sociologica sugli adolescenti abruzzesi</em>, Colonnella, Marte, 2011; 
Eide Spedicato Iengo, <em>Il falso successo del mondo “liquido”. Intorno a nomadismi culturali e patti 
sociali traballanti</em>, Bari, Laterza, 2012.</pre>
<p><a href="#_ftnref12" name="_ftn12">[12]</a> Emanuele Felice, <em>Perché il Sud è rimasto indietro</em>, Bologna, Il Mulino, 2014.</p>
<p><a href="#_ftnref13" name="_ftn13">[13]</a> Anthony Giddens, <em>Runaway World</em>, Profile, London, tr. it. <em>Il mondo che cambia. Come la globalizzazione ridisegna la nostra vita</em>, il Mulino, Bologna, 1999..</p>
<p><a href="#_ftnref14" name="_ftn14">[14]</a> Un ulteriore strumento può ravvisarsi nel Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio (<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/2004">2004</a>), che attribuisce al <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ministero_per_i_Beni_e_le_Attivit%C3%A0_Culturali">Ministero per i Beni e le Attività Culturali</a> il compito di tutelare, conservare e valorizzare il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Cultura">patrimonio culturale</a> materiale e immateriale dell’<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Italia">Italia</a>. Recenti modifiche della Codice hanno rinforzato la professionalità degli interventi operativi di tutela, protezione, conservazione, valorizzazione e fruizione dei beni culturali tramite l’istituzione di elenchi nazionali di archeologi, archivisti, bibliotecari, demo-etno-antropologi, restauratori e storici dell’arte presso il MiBACT. Oggi, tuttavia, la riorganizzazione dei ministeri ha trasferito le competenze sull’arte e l’architettura contemporanea, l’immateriale e la tutela delle diversità culturali alla… Direzione Generale dello Spettacolo, con una politica che sembra rientrare in una visione che tende alla “spettacolarizzazione” delle tradizioni e aggrava l’assurda frattura tra i “beni culturali” e la loro “vita sociale”, visto che i compiti di studio, educazione e promozione faranno ancora capo alla Direzione dalla quale dipendono i musei demoetnoantropologici.</p>
<p><a href="#_ftnref15" name="_ftn15">[15]</a> Di questa iniziativa normativa abbiamo già reso conto nell’articolo <em>Sulla salvaguardia del patrimonio culturale intangibile. Il rituale di Cocullo in una legge regionale</em>, “Rivista Abruzzese”, LXVI (2013), 1, 42-45.</p>
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