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Rivista Abruzzese/ storia  
 
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UN PROFILO STORICO DELLA RIVISTA ABRUZZESE
di Lida Buccella (Responsabile del Centro Servizi Culturali di Chieti e curatrice degli indici per il Cinquantenario)
Fin dal suo esordio la Rivista volle proporsi nel solco di una ben riconoscibile tradizione di studi e di pensiero e in una linea di ricerca che aveva già impegnato le migliori intelligenze della regione tra l’Ottocento e il primo scorcio del Novecento. Infatti, ad apertura dell’ormai lunga serie dei fascicoli che si sono via via succeduti in questi cinquant’anni di presenze e di dibattiti, Francesco Verlengia sottolineava la volontà sua e dell’intera Direzione di riconnettersi anzitutto “alla vecchia Rivista abruzzese, che vide la luce a Teramo”, e, un po’ più alla lontana, “al vecchio Giornale abruzzese” di Pasquale De Virgiliis, stampato prima a Chieti e poi a Napoli; ma anche, forse, a L’Abruzzo di Giuseppe Javicoli ed Ernesto Capuano, che, pubblicato mensilmente dal 1920 al 1922, recò – da ultimo – l’omologo sottotitolo di “Rivista abruzzese di arte, vita e problemi regionali”, secondo una linea di interessi che risulta globalmente conforme al progetto culturale del nuovo periodico (…). L’interesse del Giornale per una connotazione ‘abruzzese’ della cultura e per una ricerca che sapesse immettersi nei più ampi ed aggiornati dibattiti della penisola, venne ripreso dalla Rivista abruzzese di scienze e lettere, fondata a Teramo nel 1886 da Orazio Albi, Eugenio Cerulli, Federico Occella, Giuseppe Savini e Vittorio Savorini, e diretta dal ‘92 da Giacinto Pannella che, l’anno dopo, ne variò il titolo in Rivista abruzzese di scienze, lettere e arti, col quale fu attiva fino al 1919. Il mensile recepì il fervore positivistico e naturalistico di fine Ottocento e, pur nel sostanziale eclettismo dei suoi articoli (estesi praticamente ad ogni campo di studio6), fu luogo di coerenti ed avvedute riflessioni sull’antica, sulla moderna e sulla recente e recentissima realtà abruzzese, su quanto sembrasse allora di profitto alla vita culturale della regione, sui suoi maestri d’arte e di pensiero, sui suoi circoli, ambienti e comunità linguistiche. E ciò sempre entro prospettive tutt’altro che municipali o criticamente smunte, chiamando a cooperare non solo i più attivi ricercatori abruzzesi di quegli stessi anni, ma anche molti intellettuali d’oltreappennino, in uno sforzo di rinnovamento e di riorganizzazione culturale che spesso si affiancava ai grandi movimenti della penisola o persino d’Europa: per starne al passo, il più delle volte, ma più spesso per ricavarne stimoli e problemi, che venivano poi adattati autonomamente alle fisionomie concrete e alle necessità delle singole culture, in un’opera originale di riformulazione e di concettualizzazione della realtà regionale.. La Rivista abruzzese di Giacinto Pannella fu, dunque, nei suoi 34 anni di complessiva presenza, il più esteso ed organico tentativo di esplorare e dar voce alla storia e ai talenti d’Abruzzo, superando le arroccate e grette posizioni campanilistiche di taluni settori provinciali e trasformando il lavoro del periodico in una illuminata e prolifica realtà di dibattiti e di confronti, su una idea anche ‘civile’ della cultura e dei suoi pratici significati; sicché non stupisce se nel clima di ripresa (qualcuno parlò di ‘secondo Risorgimento’) che seguì al fascismo e alla catastrofe della guerra, si pensasse proprio alla lezione del mensile teramano (alle sue intelligenze più vive) e se ne richiamassero i programmi e il nome. Si trattava, infatti, “di ripristinare – entro orizzonti più dilatati e con moduli culturali desunti dalle esperienze del dopoguerra – una tradizione di studi e di ricerche, interrotta soltanto dagli accadimenti della storia, e di concorrere – dopo le falsificazioni e i ritardi […] – a rimuovere i resti di quella provincialità malsana, consumata nella decomposizione intellettuale ed opportunistica del ‘consenso’ e nella incapacità di rivedere i corredi propri, le categorie di un diverso impegno e i propositi e le scelte di un ruolo non anonimo né del tutto soluto al di qua delle ragioni private: in una visione più realistica della regione […] e coraggiosamente, anzi emblematicamente incalzante le ricorrenti pigrizie mentali, gli attardamenti e i vezzi artificiosi e radicati di taluni ambienti”9. Così nacque la Rivista abruzzese di Francesco Verlengia, nel ‘48, a Chieti, con redazione presso la Biblioteca Provinciale “Angelo Camillo De Meis” (di cui lo stesso Verlengia era direttore) e con fascicoli trimestrali stampati dalla Tipografia Marchionne. Il nuovo periodico rinvigoriva l’impronta peculiare delle riviste di De Virgiliis, di Pannella e di Javicoli e, nel quadro della rinascita morale e civile di quei tristi mesi, volle farsi portavoce dell’urgenza di ricomporre la tradizione culturale dell’Abruzzo, sulla linea di rinnovati studi regionalistici, e di incrementare la diffusione delle varie conoscenze, secondo “le sensibilità, le necessità e lo spirito de’ tempi”; si trattava, cioè, d’una “rivista varia”, aperta democraticamente “a tutte le correnti” del pensiero e “a tutte le manifestazioni dello spirito”, col proposito di costituirsi come “il riflesso” dell’intera vita culturale della regione e con l’obiettivo di chiamare a raccolta i letterati e studiosi che già davano lustro alla terra d’Abruzzo o che si sarebbero presto distinti per i frutti delle loro ricerche. E in effetti, sui fascicoli comparvero via via i nomi ai quali la cultura abruzzese affidò le proprie sorti migliori e il proprio prestigio, percorrendo un sentiero punteggiato da ricerche di storia, di letteratura, di arte, di economia, di tradizioni popolari11, di sociologia, di costume ecc., sino a comporre un autentico ed imprescindibile archivio di informazioni e di approfondite referenze critiche. Intorno a Francesco Verlengia, dunque, si forma un primo nucleo di intellettuali abruzzesi (Alberto Scarselli, Valerio Cianfarani, Giovanni De Caesaris, Guido Torrese, Mario Perilli) a cui si aggiungono altre personalità residenti nei diversi centri della costa e dell’interno (Luigi Rivera, Corrado Marciani, Vincenzo Balzano, Pio Costantini, Luigi Polacchi, Ermanno Circeo, Mario Zuccarini, Raffaele Borrelli, Carlo De Paulis) o fuori regione (come Ettore Paratore), in una comunanza di intenti e in un rinnovato entusiasmo per gli studi di ‘abruzzesistica’, ma con le opportune attenzioni ai quadri nazionali e alle metodologie più recenti (queste ultime assunte non solo per garantire la congruità scientifica dei lavori, com’è ovvio, bensì anche per rimarcare – e con i toni giusti della dignità – l’aggiornamento culturale dei singoli collaboratori, forse pure la loro indipendenza, in un momento in cui tali sottolineature non apparivano affatto superflue). La Rivista venne stampata a Chieti fino al n. 2 (aprile-giugno) del 1961, e, in questa fase ‘teatina’, per dir così, si segnalano in particolare gli studi concernenti D’Annunzio (…), le note sull’antica letteratura abruzzese e sui fatti letterari (…), gli scritti riferibili all’età classica nell’area regionale (…), i ragguagli di storia civile (…), gli articoli sulla pittura e la scultura (…), gli interventi riguardanti le tradizioni popolari (…), o la biografia, l’archivistica, la dialettologia e le discipline affini (…). Nell’estate del ’61 Francesco Verlengia affida la redazione del trimestrale a Emiliano Giancristofaro, che ne appronta i fascicoli e ne segue la stampa a Lanciano, presso la Cooperativa Editoriale Tipografica “C.E.T.” (le cui maestranze provenivano dalla ex Carabba)14; sicché dal numero 3-4 di luglio-dicembre 1961 sulla Rivista compare la doppia dicitura di direttore e redattore (Verlengia e Giancristofaro, appunto), con amministrazione ancora in Chieti, nella sede della Biblioteca Provinciale “A. C. De Meis”, ma con qualche ritocco nella grafica di copertina, che resta comunque sobria nelle sue linee e dignitosamente semplice. Con l’aggravarsi delle condizioni di salute, nel ’64 Verlengia si disimpegna ulteriormente dal lavoro editoriale e cede a Giancristofaro anche la titolarità della Rivista (che viene dunque registrata da quell’anno alla Cancelleria del tribunale frentano); così dal n. 2 (aprile-giugno) del 1964 il periodico risulta èdito a Lanciano, pur continuando a figurarvi la direzione di Verlengia: una direzione, del resto, mantenuta con l’ “umiltà” e la “generosità” dell’ “autentico uomo di cultura’’15, e con una grande passione per gli studi, fino al 1966, anno che precede la morte16. Dal fascicolo di gennaio-giugno del medesimo ’66 la Rivista si propone, quindi, con la direzione unica di Emiliano Giancristofaro e con quei tratti definitivi che ciascun lettore ormai conosce. Durante questa sua fase ‘frentana’, la Rivista ha continuato il programma di ricerche che si era imposto fin dalle origini ed ha accresciuto il numero dei collaboratori e quello delle rubriche; ma ha anche esteso i suoi interventi nei settori dell’attualità sociale e politica ed ha sviluppato le sue attenzioni verso tematiche ambientalistiche, di salvaguardia dei monumenti e di rispetto del territorio, esprimendo così un rigore civile e morale che fa quasi da corrispettivo alla dichiarata rinuncia della pubblicità commerciale e dei sostegni diversi da quelli dei consueti abbonamenti annuali.
A scorrere, comunque, i sommari dei fascicoli, si ricava un prevalente indirizzo storico-letterario, che converge – appunto – verso la letteratura (per lo più moderna e contemporanea), la documentaristica storica, le arti (plastiche, pittoriche e architettoniche), i fatti riguardanti la vita culturale della regione, gli studi linguistici (nell’accezione più varia) e il folklore, con aperture a recensioni e ragguagli bibliografici e ad interventi diretti di poeti e scrittori. Co-stante è la presenza di materiali della vita popolare e delle tradizioni contadine, per gli interessi specifici di Emiliano Giancristofaro, e frequenti sono anche le note sui costumi che cambiano, sulle nuove realtà economiche e di pensiero, sui fenomeni riconducibili alla dimensione delle ‘identità’, sulle minoranze, sull’artigianato, sulla condizione della provincia e sui paesi montani e costieri; numerosi sono, poi, i contributi di studiosi non abruzzesi o di abruzzesi che operano altrove.
Diviene inoltre consuetudine, dagli anni Sessanta, di proporre, come si diceva, fascicoli monografici, sia di taglio miscellaneo che con lavori di singoli studiosi; il primo della serie ‘frentana’ è proprio il n. 1-2 di gennaio-giugno 1966, a direzione unica del Giancristofaro: un Omaggio a Benedetto Croce per il centenario della sua nascita, a cui seguirono quello sulle Ragioni della opposizione alla installazione di una raffineria di petrolio nella costa abruzzese17, quello di Omaggio a Corrado Marciani, lo storico lancianese, quello di Vito Moretti su Laicismo e concretismo, per un riesame della novellistica quattrocentesca, quello con l’inedito di Benedetto Croce, Esuli, quello di Omaggio a Beniamino Rosati (…). Accanto ai fascicoli monografici trovano un loro autonomo rilievo – dal maggio 1974 – i “Quaderni” della Rivista abruzzese, dei quali, però, dato lo specifico intervento di Vito Moretti in questo stesso volume, ci si limita a rammentare solo l’azione di stimolo esercitata dai materiali che vi compaiono e che sono spesso inediti, e la loro importanza certa per la migliore messa a fuoco degli ambienti di produzione della cultura e della vita intellettuale d’Abruzzo.
Ma è a tutta la Rivista abruzzese, nella sua complessiva opera di presenza, che va riconosciuto il merito di aver rappresentato, per cinquant’anni, il riferimento più sollecito degli studiosi regionali, il loro imprescindibile mezzo di conoscenza e di scambio. La ragion d’essere della Rivista si è esercitata, infatti, nella sua funzione di sostegno alla riflessione dei ricercatori e nella puntuale divulgazione assicurata ai loro scritti, ma anche nella circostanza di aver accolto, con concreta disponibilità, gli esponenti delle varie generazioni che si sono succedute dal dopoguerra ad oggi e di aver reso possibile, salvaguardando l’esercizio legittimo della diversità d’opinioni, l’indipendenza e l’autonomia della cultura; infine, la considerazione positiva che la Rivista ha saputo guadagnare ai propri fascicoli, ha fatto sì che il periodico si immettesse gradualmente in circuiti sempre più vasti, col beneficio di reperire ascolti non soltanto regionali all’intellettualità abruzzese e di irrobustire gli echi prodotti di volta in volta dalle sue pagine.

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