Infatti, insito al nuovo schema di riassestare
caoticamente la normazione sociale e di improvvisare quotidianamente
il proprio presente, è lo stereotipo che predica
la rottura della trasmissione della tradizione ai fini
di una violazione totale che, anziché tradurre la
volontà soggettiva consapevole e razionale (quindi
individualistica), esprime il più delle volte povertà critica
e passività mentale, cioè l’operatività totale
dell’uso del momento: la moda, la quale obbliga all’inseguimento
frenetico e dolente di un gusto passeggero e mutevole ma
talmente condiviso da far sentire inadeguato chi non vi
si uniformi, proprio come accadeva, nel modello tradizionale,
a chi non avesse condiviso i valori del gruppo (per esempio,
ereditare il mestiere paterno, sposarsi con una donna di
pari condizioni, allevare numerosa prole, vivere in modo
frugale in modo da accantonare risorse per le necessità).
Dunque, i più elementari automatismi mentali della
tradizione, sotto mentite spoglie, continuano ad operare
e rafforzarsi proprio mentre gli abruzzesi, sotto persuasive
luci della ribalta, a fatti e a parole si dichiarano futuristi,
innovativi e… antitradizionalisti. La pericolosità di
questa situazione non risiede certo nell’umano reiterarsi
dei comportamenti popolari, quanto, invece, nell’essere
il linguaggio della moda miseramente orizzontale, poiché,
a differenza della tradizione, si autofinalizza e si autoconfina
nella piatta dimensione esistenziale del consumo presente:
la moda, anche quando guarda al passato (si pensi alla
citazione dei costumi antichi o vintage), lo fa al puro
scopo di cannibalizzarne il significato, come un qualsiasi
oggetto di consumo.
Dunque il linguaggio del tempo presente, nonostante offra
maggiori opportunità di benessere, si caratterizza
per la mancanza di spazi evocativi, veicolati e rappresentati
ipso sensu dalla tradizione; perciò in Abruzzo i nostalgici,
specie se anziani, lamentano che esso conduce a sfiducia
esistenziale, solitudine e senso di provvisorietà,
da cui non si trova altra via d’uscita se non riproporre
lo sterile stereotipo del si stava meglio quando si stava
peggio. Noi, invece, per riordinare la matassa proponiamo
una soluzione diversa: lo studio, l’analisi, la paziente
ricerca dei fili conduttori di questa complessa ed intricata
rete di significati.
Il primo collegamento è immediato: cosa rende superiore
l’espressione sociale decaduta (la tradizione) a quelle
che l’hanno prepotentemente sostituita? La tradizione,
così come la moda, è un’espressione della
cultura; ma, in più, essa fa parte del logos, cioè della
parola mista alla lingua o anche religione. La tradizione è,
quindi, l’umano conato a connettersi alla rete simbolica,
visibile e invisibile, sensibile e soprasensibile, verticale
oltre che orizzontale la quale, da millenni e millenni, sostiene
l’umano divenire. L’uomo, il cui senso è nella
circostanza, è vincolato alla continuità, la
quale si innalza ad unico strumento per controllare il principio
del tempo: un principio vitale ma mortifero, in quanto funge
da artefice culturale del divenire umano e, insieme, da suo
distruttore biologico. Tanto fondante è, per l’uomo,
questo principio che la chiave culturale della tradizione
passata è stata spesso percepita come una legge naturale:
erroneamente, perché nessuna tradizione esiste in
natura, e tutte sono il frutto delle umane circostanze.
La tradizione è dunque quel principio mutabile che
esclude l’autonomia assoluta ed egocentrica del presente:
infatti, è sul senso della continuità che si
crea il progresso, inteso come innovazione e superamento
di visioni del mondo non più aderenti alle circostanze.
Ma come possiamo informare di noi il futuro, se nel presente
non ci informiamo del passato? Come si può identificare
il dopo, se si smarrisce il prima? E’ questo il pericoloso
guasto del cambiamento culturale, in Abruzzo come altrove.
Distruggere la continuità della tradizione significa
disorientarsi, lasciando che il vuoto venga colmato da ideologie
funzionali a supplire il deficit dei riferimenti.
Un bisogno affettivo verso la tradizione, allora, nel popolo
si fa ancora sentire come inconscio desiderio di genuinità e
trasparenza, di relazioni sociali affidabili perché temprate
dal tempo, di un mondo naturale ed archetipico libero dalla
schiavitù del denaro e del consumo. La reliquia storica,
però, congelata in stereotipi mistificanti, viene
riproposta al pubblico secondo i canoni dell’attualità,
cioè proprio secondo la stessa logica del profitto
che della tradizione ha sancito l’improduttività,
l’antieconomicità, la morte: in pratica i nonni,
strappati all’ormai individualistico tessuto familiare
e relegati negli istituti, televisivamente rientrano nella
narcisistica e amara solitudine della casa moderna tramite
il veicolo pubblicitario che della cucina della nonna esalta
la superiorità. Alla schiera dei cadaveri della tradizione,
imbalsamati e riproposti quali meri simulacri svuotati di
contenuti, appartengono anche le rievocazioni in costume,
gli agriturismi, le sagre, gli spettacoli folkloristici:
per una inquietante superficialità nel relazionare
il prima e il dopo, il periodo storico, cioè quello
di un Abruzzo tardo-ottocentesco o magari medievale, la cui
mentalità è effettivamente sconosciuta ai contemporanei,
viene elevato a norma metastorica ed archetipica.
Ecco da cosa nasce il presente tentativo di riallacciare
in modo realistico il filo spezzato ai contenuti della nostra
storia, di razionalizzare i confusi piani temporali della
civiltà dell’immagine, di costruire il futuro
su un’esplorazione consapevole delle radici: un campionario
di saggi e articoli, scritti dai maggiori studiosi della
vita tradizionale abruzzese, fornisce l’opportunità di
accostarsi in modo scientifico all’intricata rete di
contestualità diverse di cui si è alimentata
la tradizione popolare abruzzese. Rielaborare i valori e
le testimonianze del passato è fondamentale per leggere
criticamente il presente e per ristabilire un equilibrio
in particolare a livello urbano, dove la vita e le abitudini
sono state talmente stravolte che i giovani si sottopongono
con credulità disarmante ad un massiccio bombardamento
di emozioni virtuali. Senza inquinarsi di retorica e suggestioni,
si noterà tanto che agli eccessi di oggi si contrappone
la minimalità della tradizione, quanto che la precarietà e
le insicurezze del nostro grande mondo sono state precedute
dalle grandi certezze di un universo antropologico microscopico,
i cui orizzonti erano limitati al paese.
Dunque, lo studio del cambiamento culturale in Abruzzo rappresenta
l’occasione per riflettere in generale sul cambiamento
culturale e sulle reiterazioni dell’atteggiamento tradizionale
popolare. Da parte di chi scrive, d’altronde, ogni
impegno in tale direzione è motivato dalla grande
fiducia verso le scienze socio-antropologiche, le uniche
in grado di evidenziare e isolare, nello svuotamento d’ideali
e nella crescente microconflittualità, un inquietante
rafforzamento di certezze erronee prima che esse si rapprendano
in nuovi totalitarismi e prima che vengano irrimediabilmente
armate dalla tecnologia.
|